Il padre di Gioele Dix si chiama Vittorio. Nel 1938 aveva dieci anni e un futuro che mai avrebbe potuto immaginare. Proprio in quell’anno, infatti, la sua Milano (e l’Italia intera) veniva travolta dalle leggi razziali. Sono dovuti passare decenni prima che Vittorio riuscisse a superare la reticenza e a raccontare a suo figlio un segreto che aveva conservato gelosamente: ‘Quando tutto questo sarà finito ’ (Mondadori) Gioele Dix ha scelto di indossare i panni dello scrittore per raccontare la storia della persecuzione vissuta dalla sua famiglia, di origini ebraiche. Per farlo, quale modo migliore di narrarla attraverso gli occhi del padre ancora bambino?

Nelle pagine del romanzo, la discriminazione e i suoi effetti brutali prendono forma; il lettore si avvicina attraverso lo sguardo incredulo di Vittorio, che non comprende il motivo per cui è costretto a stravolgere la quotidianità, a un momento della nostra storia che è sempre bene ricordare. Vittorio viene respinto dalla scuola media Carducci, il padre Maurizio, fervente fascista, da un giorno all’altro si vede classificare come cittadino di serie B, e tutta la famiglia sconvolta è costretta a cercare la salvezza con la fuga in Svizzera all’alba dell’occupazione tedesca del 1943.

“Constatazione dei fatti, ma mai una parola sulle ragioni”, scrive Dix descrivendo l’atteggiamento assunto dalla famiglia del padre di fronte ai cambiamenti imposti dalle leggi razziali. l valore del detto e non detto, i silenzi che colmano l’incomprensione e l’incapacità di dare spiegazioni: Maurizio e il figlio Vittorio stipulano un tacito patto familiare, ereditato dal figlio Gioele Dix. Il libro nasce proprio per interrompere questa catena.

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