“Luana s’est pendue. Elle n’est plus…” Le parole del collega medico Eric Vibert, scavano l’anima e accompagnano come un epitaffio la tragica fine di una giovane catanese, un giovane chirurgo, una fucina di talento e meriti interrotti tristemente nel fiore dell’età.
“Luana si è impiccata. Luana non c’è più…” E’ questo il drammatico epilogo della brillante carriera della carismatica Luana Ricca. Già. Perché il suicidio di una donna, madre e moglie da appena due anni, è indiscutibilmente l’amaro capolinea di un percorso lavorativo ingiustamente ostacolato da quella che in Italia potrebbe essere definita l’antimeritocrazia. Perché a quanto pare, è sempre più evidente che di malasanità non si muore fatalmente solo in ospedale, ma anche tra le mura di casa, nei solchi dell’anima, con quel senso di sconfitta e d’impotenza che ti attanaglia i sensi e di confonde il cuore.
Luana era uno dei tanti “cervelli in fuga” dal bel paese. Simbolo, tante volte citato da fonti giornalistiche, di quell’Italia fatta di giovanissimi laureati che trovano fortuna e accoglienza altrove, perché qui a volte per volare in alto la bravura purtroppo non basta. Sono voci bisbigliate, illazioni sussurrate, ma Luana l’aveva vissuto sulla sua pelle, denunciandolo in passato anche ai microfoni di Radio24. Costretta ad emigrare in Francia, il caso di Luana fu da lei stessa definito un caso di”cervelli in esilio”, mutuando la formula giornalistica con la quale si definisce il fenomeno delle alte professionalità indotte a lasciare l’Italia per trovare una realizzazione professionale. A Parigi, per un decennio, ha operato nel primo centro francese di trapianti di fegato e di chirurgia epato-biliare. Una laurea a tempo di record ed una brillante carriera con all’attivo 1500 interventi chirurgici e svariate pubblicazioni, non le sono bastati per trovare la gratificazione professionale nel suo Paese, dove pure era tornata dopo aver vinto un concorso alla Asl di Avezzano-Sulmona-L’Aquila. All’Aquila Luana aveva scelto di viverci e di farlo con tutta la famiglia. Insieme al marito e al figlio si trasferiscono nel capoluogo, ma la donna è costretta a spostarsi ogni giorno a Sulmona, dove l’azienda sanitaria l’ha destinata nonostante il suo posto fosse al San Salvatore. Non sapremo mai cosa abbia fatto crollare il giovane chirurgo. Parenti e amici non esauriranno mai la scorta delle domande, l’ossessiva ricerca di una spiegazione e di una rassegnazione difficile da metabolizzare. Ma la lotta che Luana non è riuscita a vincere adesso la condurrà il fratello. Francesco ricca, giornalista, collega ed editore catanese, è pronto a far luce sui fatti, in nome della sorella e di tutti coloro che soccombono alla dura legge dell’antimeritocrazia. Non ha più lacrime da versare, ma ha la forza e la determinazione di un guerriero in cerca della verità e comincia la sua battaglia denunciando quella che a su dire sia la sorgente del dramma della sorella.
“In Italia si è spesso costretti a cedere il posto a chi viene dopo di te, nella sanità non esiste meritocrazia ma si va avanti per amicizie, favori e simpatie. E all’ospedale dell’Aquila il quinto in graduatoria era impiegato prima di Luana, sebbene lei fosse arrivata quarta. Gran parte del suo lavoro si svolgeva a Sulmona – racconta il fratello – tant’è che doveva fare la tesi al primario del Santissima Annunziata”. “Era stata indicata per il centro trapianti di rene dell’Unità di Chirurgia, ma proprio in questo reparto, con il benestare dell’azienda, era già impiegato per un periodo iniziale di prova il quinto in graduatoria”.
“Lei non preferiva entrare in quel tipo di reparto – racconta – quindi diede la disponibilità ad andare a Sulmona, il dirigente medico le fece capire che non era quello il suo posto e che avrebbe dovuto lasciare spazio a chi c’era dopo di lei”.
E a Sulmona Luana, da chirurgo, si ritrovò nel reparto di Endoscopia. “In Europa Luana era al top della medicina e nella periferia dell’Italia costretta a fare il semplice medico senza neanche più la possibilità di fare interventi chirurgici”. Una sorte ingiusta e piena di ombre secondo Francesco Ricca, le stesse ombre che l’avrebbero spinta verso il baratro. C’è l’amore di un fratello ma anche un forte senso di giustizia, una fame insaziabile di verità che muove le parole e l’azioni di Ricca, che ci annuncia che non si fermerà alle semplici denunce a mezzo stampa, si starebbe già muovendo per contattare il ministro Lorenzin e portare il caso di Luana Ricca al ministero della sanità. Un atto giusto e dovuto in nome di una giovane donna,un giovane medico, un talento come pochi.
Nicoletta Castiglione

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