di Elisa Guccione

CATANIA – “Continuano a dirci che di cultura non si campa, ma anche senza aria non si vive”. Sono queste le parole con cui inizia il nostro incontro con il regista catanese Giovanni Anfuso, reduce dal sold out della Boheme in scena al teatro Bellini e pronto per il prossimo debutto sul palco del Verga con la regia di “Foemina Ridens”. Un po’ alla volta, camminando lungo il colonnato del Cortile Platamone, nonostante il freddo pungente di febbraio, cerchiamo di conoscere meglio alcuni aspetti della sua professione ripercorrendo gli esordi della carriera.Boheme-poster1

-Ritorna protagonista al Teatro Bellini, dopo le precedenti regie di Tosca e di Elisir d’Amor, con la Boheme sfatando per tutti i giorni di programmazione il luogo comune che la gente non va più a teatro?

“Oggi il pubblico è molto attento al prodotto artistico proposto in cartellone. Gli spettatori sono esigenti e cercano la certezza di uno spettacolo di qualità. È un lavoro, al di là del risultato, frutto di grande impegno e passione da parte di tutta la squadra che ha creduto sin dal primo momento al progetto e che grazie anche all’organizzazione del Bellini, in una drammatica situazione di sopravvivenza, ha fatto in modo che si potesse mettere in piedi uno spettacolo che racconti la storia di quattro ragazzi padroni del mondo che un mattino si risvegliano irrimediabilmente adulti”.

-Il successo di uno spettacolo in gran parte però è attribuito alla scelta registica …

(ride)

“Il merito va a tutto il gruppo di lavoro come musicisti, scenografi, attori e soprattutto, a Giacosa e Puccini che ci hanno regalato questa storia. Abbiamo raccontato la vicenda di quattro giovani fieri della loro leggerezza di vivere che un giorno si confrontano con l’universo della morte. Quando realizzo uno spettacolo mi sforzo di parlare anche a chi non è mai andato a teatro. Spero di aver saputo dialogare, attraverso la realizzazione di qualsiasi spettacolo di prosa o lirico, con un pubblico composto non solo da adulti ma anche da giovani, perché in passato avrei voluto che qualcuno parlasse con me e delle mie necessità di ragazzo”.538e22fd75fe6

-Il suo apprendistato si è svolto accanto a maestri come Giorgio Strehler, Lamberto Puggelli e Glauco Mauri. Era uno di quei giovani che ama e rispetta tanto, armato di sogni e belle speranze. Cosa ricorda di quel periodo?
“Quando sono arrivato a Milano i maestri che ho incontrato mi hanno trattato a pane e sapone. Ho fatto la gavetta, quella dura, sentendo la sudditanza dei grandi attori. Da ragazzo innamorato di quel mondo e mosso dalla passione d’imparare mi confrontavo con i “grandi” chiamandoli Maestro. Avevo il timore reverenziale di chi praticava la religione del teatro. Ho vissuto un artigianato di libertà costruendo un po’ alla volta l’arte della mia libertà”.

-Sono trascorsi un po’ di anni da quei momenti di passione e lavoro. Oggi, secondo lei, si è veramente liberi di raccontare quello che si vuole?

“Picasso diceva: “Ogni opera d’arte è la sintesi di un compromesso e ogni singola creazione viene al mondo con una dose congenita di bruttezza nata dalla lotta, che ha dovuto sostenere l’artista per dire una cosa nuova in un modo nuovo”. È normale che la libertà in senso astratto non esista, perché ogni progetto è frutto di un compromesso nato da una situazione di crisi. Il rivoluzionario è stato Goldoni, che prima di scrivere personaggi come Mirandolina ha dato vita per decenni ad Arlecchino e Brighella svuotandoli un po’ alla volta dei loro contenuti canonici e lasciando solo il nome”.0

-Ci racconta come Giovanni Anfuso ha deciso di intraprendere questa strada?

(Ride)

“Avevo sei anni e facevo le capriole sul letto di mamma e dissi ad alta voce: “Da grande farò il regista”. Non sapevo cosa volesse dire questa parola, ma sapevo che l’avrei fatto. Da piccolo la mia attività non era mai diretta  verso l’apparire ma all’organizzazione. Il teatro in parrocchia o con gli amici di quartiere mi ha visto sperimentare tutte le possibilità che un sipario nasconde fino a capire che non avevo altra scelta. Qualunque cosa io avessi fatto, dal calzolaio al medico, sarei stato un regista prestato alle scarpe o alla medicina”.

-Molti vorrebbero spendersi nell’ambito delle professioni creative. Quali sono i consigli di chi è riuscito a far diventare realtà la sua passione?

“Prima di ogni cosa suggerirei di fare sempre un grande bagno di umiltà, che è una caratteristica necessaria e fondamentale per poter vivere bene. Vorrei che si capisse che la passione è fatica ed è fondamentale esserne consapevoli. Bisogna studiare tanto e “andare a bottega” dal proprio maestro. È necessario capire che fare il regista o il giornalista sono mestieri difficili, perché significa dedicare la propria vita, nel mio caso specifico,  a quella scatola che si chiama teatro rinunciando, a volte, agli amici e agli affetti”.I-Art-da-sx-Lucio-Tambuzzo-Enzo-Bianco-Orazio-Licandro-Giovanni-Anfuso

-La prossima regia sarà Foemina Ridens riproposta a grande richiesta dal Teatro Stabile. Quali saranno le novità rispetto alla precedente edizioni?

“Tante. Alcune scene saranno perfezionate e altre saranno ridotte. È un testo ricco e sempre bello su cui poter lavorare”.

Elisa Guccione

A proposito dell'autore

Passionale, grintosa ed innamorata del suo lavoro. Abbandona la carriera giuridica per realizzare il suo sogno: scrivere. Testarda e volitiva crede nella forza trascinatrice dei propri sogni e combatte per realizzarli. Sempre pronta con il suo inseparabile registratore a realizzare un’intervista. Si occupa di Teatro e Comunicazione da anni. Non ha paura delle sfide, anzi, la stimolano ad andare avanti.

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