di Marco Spampinato
Catania – Piazza Cutelli, lunedì 3 novembre, nella stesse area dove, meno di due settimane fa una donna, Patrizia Scalora, perdeva tragicamente la vita schiacciata da una palma oggi, grazie a un incontro con gli studenti del Dipartimento di Scienze Politiche e sociali a Palazzo Pedagaggi, si celebra la vita.
Sì, perché è proprio un inno alla vita, dopotutto, e oltre ad essere un sentito tributo di riconoscenza a un amico e un esercizio della memoria personale e storica, l’esperienza di Giuseppe Valenti, chirurgo, che nel 1996, che, insieme ad Augusto Lombardi e Sandro Pocaterra, fu vittima di un rapimento durato, per le rade cronache, 64 giorni di prigionia, “quasi tre mesi” specificherà poco dopo il protagonista.
Il racconto ci riporta in Cecenia, 18 anni addietro, e ce lo propone direttamente Valenti, uno dei tre sequestrati intervenendo a un incontro per il Corso di Laurea magistrale di Storia e Cultura dei Paesi Mediterranei di cui è docente e presidente il professor Rosario Mangiameli, oltre che promotore dell’iniziativa.
“La Cecenia – ricorda Valenti – è Paese musulmano ricchissimo di petrolio, mentre la Russia, con la quale era in conflitto all’epoca dei fatti, abbraccia la religione copta molto vicina a quella cattolica. Io ho trascorso oltre un quarto di secolo della mia vita agendo come medico cooperante con Organizzazioni non governative in zone di guerra. In quella occasione, che mi avrebbe portato a vivere la più ardua esperienza della mia vita, partimmo da Milano il 15 agosto del 1996 atterrando a Mosca dove restammo in attesa qualche giorno prima di ottenere l’autorizzazione al volo con destinazione Grozny. Il nome stesso della capitale cecena la dice tutt’ora lunga sulla tradizione di antiche ostilità che dividono culturalmente, oltre che storicamente, i due Paesi confinanti visto che quel nome di città significa “La ribelle”. Quando arrivammo a Grozny potemmo constatare subito che della capitale erano rimaste quasi solo le macerie; era anche per questo motivo che la Croce Rossa Internazionale, poco tempo prima, aveva diramato la richiesta di altro personale medico in quell’area in pieno conflitto. Un appello al quale non molti avevano la capacità e la voglia di aderire. Avevo 61 anni, al tempo, e potevo ben considerarmi un veterano di situazioni simili ma quando arrivai all’Ospedale dei Ferrovieri nel quale avrei prestato la mia opera, vidi che anche quell’edificio come gran parte di tutti gli altri a Grozny, era già semi distrutto in forza degli attacchi dei russi. Capii che il compito che ci attendeva sarebbe stato arduo. Di lì a poco sarebbero ripresi i bombardamenti, visto che la ribellione cecena non accennava alla resa. Quando i colleghi che erano già lì introdussero me, con il gruppo degli ultimi volontari arrivati, alla sala operatoria posta nei sotterranei, ci spiegarono che quell’anfratto, dove si operava a lume di candela, ci si presentava in gran parte divelto poiché era stato colpito da colpi di bazooka…lì era stata da poco massacrata una equipe di medici impegnata a salvare vite umane”.
Si sa che i conflitti nascono, e si involvono, non tenendo quasi per nulla conto dei trattati internazionali, delle esigenze umanitarie; si infiammano a totale dispregio della vita umana perché, quindi, ipotizzare anche solo la pur minima salvaguardia dei diritti di zone che dovrebbero restare franche e sacrali? Così finiscono col divenire “target” le civili abitazioni, le scuole, gli ospedali e i cimiteri in un delirio, crescente, di oscena violenza e cieco furore.
Chi aiuta non serve una bandiera ma tende alla vita. e muore anche per mano di cecchini di “parti contro” che ben sanno di stare per uccidere un civile, un medico, un prete o un bambino. Così avveniva in Cecenia per mano dei russi. “E, anche se sembra assurdo, e non deontologico, risulta ontologico, invece, favorire chi, pur ferito, arriva con una seppur flebile speranza di vita. In ospedali come quello, di trincea – ricorda ancora il chirurgo originario di Acireale, in provincia di Catania – arrivano morti a centinaia e feriti a decine, tutti in una volta; sta all’equipe dei medici decidere tra i feriti di arma da fuoco o da granate o da agenti chimici chi versa in condizioni meno critiche e ha più speranze di farcela. Ci si ritrova a operare anche in considerazione di oggettive speranze di recupero”.
A chi lavora senza sosta per garantire la vita e la speranza di un futuro passata la tragedia in zone di guerra capita, comunque, di morire. Rischiano tutti, anche agli operatori sanitari e umanitari come giornalisti e fotoreporter. Poi occorre anche qualcos’altro e capita che possa avvenire quello che, ci si augura, non avvenga mai: Il sequestro. Nel 1996 accadde a tre italiani, appunto, e qui entriamo nella Storia narrata. “Una mattina un’auto ci tagliò la strada. Dalla macchina scesero due tipi sull’aspetto dei quali neppure mi soffermo – rammenta vibrante Valenti di fronte a un uditorio attento composto da decine di studenti -. Ci dissero di essere della polizia e si fecero consegnare i passaporti come prima cosa. Poi ci intimarono di consegnare tutta la valuta in nostro possesso e lì capii che si trattava di impostori, di delinquenti che, un attimo dopo, ci puntarono la pistola alla tempia intimandoci di risalire nella nostra automobile. Dopo una fuga in macchina tra colline e montagne, arrivammo, disorientati, al primo luogo di nostra prigionia. Era cominciato l’incubo” Eravamo in tre, ma mentre io mi ritrovavo senza un dollaro addosso, l’altro chirurgo, come il capo della organizzazione umanitaria intersos, dopo un’accurata perquisizione dovettero dare ai sequestratori gli oltre 7.000 dollari in loro possesso, fui costretto a denudarmi per far appurare ai malviventi che, davvero, non portavo moneta con me. Restammo per 10 ore all’ombra di un albero prima di essere condotti all’interno del luogo dove fummo detenuti una settimana circa per l’inizio della nostra prigionia”. E quel primo casolare era, ancora e dopotutto, un “luogo tutto sommato vivibile”, come narra lo stesso protagonista di questa disavventura in zona di guerra. Mentre parla lucidamente e con attenzione ai particolari, Giuseppe Valenti si rivolge non poche volte, con lo sguardo o chiamandolo direttamente in causa, all’altro ospite dell’incontro, il barone Emanuele Scammacca del Murgo e dell’Agnone che, a quel tempo, era ambasciatore italiano a Mosca e che, nella felice soluzione della drammatica vicenda, ebbe ruolo centrale che seppe assolvere con maestria. C’è solidarietà e franchezza tra i due, come scopriremo meglio alla fine della narrazione che rimanda al felice epilogo. Questo episodio vide i tre connazionali finalmente in salvo non dopo aver trascorso mesi di tregenda in un secondo covo tra le colline, in quei quasi tre mesi di sequestro, dove i prigionieri vennero deportati patendo l’addiaccio del terribile autunno e del rigidissimo inverno di Cecenia, lo sconforto e il dramma di vivere in un tugurio senza luce elettrica, acqua corrente o servizi igienici perennemente terrorizzati da aguzzini cinici e brutali pronti a minacciare con pistole o kalashnikov al solo proferir parola dei tre malcapitati. “C’era chi pregava, essendo credente, chi bestemmiava, chi ricordava mirabili operazioni chirurgiche compiute nel passato”, rammenta il chirurgo acese, poi fu tanto sconforto e paura “Bisognava avere i nervi, e i muscoli, ben saldi per non farsela addosso quando, d’improvviso, i nostri carcerieri ci puntavano le armi addosso minacciandoci con le canne di pistola o mitra puntate alle nostre tempie. Un giorno che uno di questi, un giovane che si vantava di diverse uccisioni, perse il controllo, dopo aver fumato marijuana, a questi scappò un colpo di pistola. Fortunatamente questo sparo non provocò feriti ma era la seconda volta dopo l’incidente, senza danno per noi, occorso a un altro aguzzino che, con una mitragliata di kalashnikov, aveva sfondato il tetto. Noi sequestrati discutemmo animatamente, ci scontrammo, c’era chi sostenne che avremmo dovuto tentare la fuga anche a costo di sopraffare il nostro giovane carceriere. Ma era un piano folle e noi si era lì in quanto operatori di pace. Imposi la mia leadership per via dell’età, gli altri due avevano 42 e 20 anni all’epoca, e attendemmo sviluppi che tardavano ad arrivare”. Poi, dopo tempo, e con sorte ancora più fortunata di quella che, ad altre latitudini e anni dopo, vide la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena a danno della vita del funzionario Nicolò Calipari rimasto vittima di assurdo, e beffardo anche nella definizione della sentenza, “fuoco amico” a stelle e strisce, per i tre malcapitati in quel novembre ceceno del 1996 qualcosa cambiò. La liberazione di Valenti, Lombardi e Pocaterra sarebbe sopraggiunta il 25 dell’undicesimo mese dell’anno dopo 65 giorni effettivi di sequestro e alla fine di trattative complesse. Le trattative, sulle quali dal Ministero degli Esteri con a capo Lamberto Dini, era giunta una richiesta di “silenzio stampa” furono continue e videro, in prima linea, l’Ambasciata Italiana a
Mosca retta dall’ambasciatore Scammacca e portarono a interessarsi attivamente della vicenda anche Adriano Sofri che, in quella martoriata Terra era stato poco tempio prima a realizzare un reportage, oltre ad essere casualmente e, fu detto poi, fortunatamente, intimo amico di uno degli altri due malcapitati. Il diplomatico, anch’egli di origini acesi, analizza per i partecipanti all’incontro alcuni dati salienti del “finale di partita”.
“Il ministro Dini, a Mosca in quell’autunno, mi disse di fare tutto quello che era a mia disposizione per risolvere la questione senza nocumento dei nostri tre connazionali – interviene Scammacca del Murgo – In quella frase c’era tutto. E, sebbene sia inaccettabile, per la politica e tanto più per la diplomazia, l’idea di trattare con criminali, guerriglieri o, semplicemente, ricattatori, è vero anche che quando c’è di mezzo la vita delle persone le considerazioni da fare sono anche, e soprattutto altre”. Fu così che, come specificato anche dal professor Mangiameli e dalla professoressa Francesca Longo che dell’incontro ha curato le conclusioni, in questa vicenda, più che in altre, furono importanti i “buoni rapporti”. “La rete di amicizie, di conoscenze, di scambi di interessamenti che si costruisce in una Terra lontana dalla propria risultano dirimenti nella soluzione, e, prima, nella gestione delle crisi – ribadisce ancora l’ambasciatore Scammacca – Nel caso del sequestro ceceno del 1996 che coinvolse anche Valenti io potei avvalermi dell’ausilio di Omar, un grande imprenditore russo di origini cecene proprietario di una catena di alberghi. Questi mise a nostra disposizione il fratello, la sua rete di contatti, e parecchi soldi per rintracciare i sequestrati e operare il loro salvataggio. Al contempo Adriano Sofri, che si comportò da gran signore, operava parallelamente e assieme all’organizzazione umanitaria interesos. Arrivammo a trattare coi sequestratori e a mitigare le loro pretese. Il milione di dollari che richiedevano all’inizio fu ribassato a 50.000 dollari, la cifra che fu portata dal fratello di Omar nel luogo dove i tre erano detenuti. La stessa cifra venne rimborsata all’imprenditore di origini cecene dal Ministero degli Esteri uno o due mesi dopo la felice conclusione della vicenda”.
Una lezione di vita che, con ogni probabilità, resterà a lungo nella memoria di alcuni tra le decine di studenti coinvolti nell’incontro. Una disavventura che ha cementato i rapporti tra due uomini, Valenti e Scammacca, casualmente originari della stessa città; una storia dove il rivedere il vessillo del nostro tricolore fece sentire i brividi, di gioia e di emozione, a chi, fino a un giorno prima, vedeva le proprie speranze di sopravvivenza ridotte al lumicino. Tutto questo in Cecenia, in una nazione dove la guerra, tra ceceni e russi, durò a lungo con episodi di inaudita violenza come l’eccidio della scuola di Beslan, dove morirono decine di bimbi, e insegnanti, innocenti, e la gasazione antiterroristica del Teatro Dubrovka di Mosca (dove i ribelli ceceni si erano introdotti sequestrando 118 ostaggi, poi, tutti morti, come i terroristi, grazie all’intervento liberatorio sovietico). Oggi le cose sono decisamente cambiate a Grozny, e la città è stata “Completamente ricostruita” come ci ricorda l’ambasciatore italiano. Certe cicatrici, per quanto sanate, però, non si “ricostruiscono” mai del tutto.

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