Oggi va di moda – specie da parte di alcuni politici – contestare i giudici in quanto sarebbero in preda ad una logica ‘giustizialista’, cioè portatrice di istanze di vendetta sociale piuttosto che di equo esame di prove e controprove, e senza rispetto delle garanzie dei diritti delle persone. La logica del “giudica e manda…” senza appello del Minosse dantesco, della giustizia amministrata “in nome di Dio” prima che “del popolo”. Insomma i giudici, come i sovrani per diritto divino di una volta, si arrogherebbero – per conto proprio o per mandato proveniente dall’alto (della politica, o da altri “poteri forti”) – l’investitura di incarnare la giustizia che toccherebbe agli dèi amministrare.

Ripensavo a questo problema assistendo al Teatro Greco di Siracusa al ciclo dell’Orestea di Eschilo, che fa rivivere un dramma antico, ma di grande attualità perché ne ricorda altri che le cronache impietosamente ci offrono ai nostri giorni. Un dramma che parla proprio di colpa, vendetta e giustizia, e che anticipa di tanti secoli il problema oggi posto con tanta forza nella filosofia (e nella politica) del diritto.

I fatti: Oreste per vendicare il padre Agamennone uccide – su ‘consiglio’ di un dio particolarmente vendicativo, Apollo – la madre che aveva assassinato il marito insieme all’amante Egisto. Accusando a sua volta il marito di aver sacrificato per motivi politici la figlia Ifigenia per propiziarsi la riuscita della spedizione contro Troia, e di aver portato in casa come concubina la principessa-schiava Cassandra. Mentre Egisto doveva vendicare l’uccisione dei fratelli da parte del padre di Agamennone, suo cugino. Ma vi è in più un rancore personale: Oreste deve anche punire la colpa della madre che lo ha allontanato esiliandolo in terra straniera.

Insomma tante colpe e tante vendette in una catena inarrestabile, che destabilizza la convivenza familiare e i fondamenti della vita sociale.

Subentrano anche problemi psicologici: dopo il matricidio Oreste è perseguitato dalle Erinni, implacabili divinità che rappresentano il senso di colpa per le azioni contro natura. Non riesce a sfuggire a questa condanna interna e il rimorso non gli fa trovare pace con sé e col mondo.

In realtà Oreste, come si chiede la sorella Elettra e anche lo spettatore, è portatore di giustizia, o giustiziere? Giustizia è ristabilire l’ordine violato, ma ci si può fare giustizia da soli, senza trasformarsi in vendicatori, diventando a sua volta ingiusti? Occorre una giustizia al di sopra delle parti, che ristabilisce e assicura le regole della società superando la primitiva legge del taglione, e fondata su norme pre-costituite, razionali, e condivise. Una giustizia, che se vuole rispettare questi fondamenti, è sovra-umana e ideale e che, in quanto tale, assume le caratteristiche del divino. Ed infatti è proprio una divinità, Atena, a fondare il primo tribunale umano, delegando ad esso la garanzia della convivenza civile.

Ma proprio nel sorprendente finale della trilogia di tragedie che racconta questa storia di violenze e di vendette, pare che Eschilo – forse inconsapevolmente – abbia messo una nota di ridicolo sulla giustizia. Atena crea il tribunale in cui sono gli uomini a dover fare giustizia, “perché su delitti così complicati non bastano gli dei a decidere” (!). Apollo passa da istigatore del matricidio a querulo avvocato di parte (il regista dello spettacolo siracusano ha accentuato questa nota di ridicolo). Le Erinni dopo aver fatto da pubblica accusa sulle colpe di Oreste e aver minacciato terribili danni all’umanità nel caso un delitto come il suo non fosse punito come dovuto, alla fine si accontentano del posto di sottogoverno delle divinità offerto dalla furba Atena e si calano quasi contente nel nuovo ruolo di ‘Eumenidi’, benevole protettrici del ‘giusto’ sviluppo umano, cui sono state convertite.  I sensi di colpa per delitti anche gravi si placano e si finisce con una catarsi liberatoria per tutti (spettatori inclusi).

Ma soprattutto, a parità dei voti dell’incerto e diviso tribunale umano, proprio il voto della dea Atena fa pendere la bilancia dalla parte giusta… ma giusta per chi? Per il ‘giustiziere’ matricida (la cui natura nevrotica verrà accentuata nell’omologo dramma di Euripide) che viene assolto; non certo equa per l’ordine sociale, che non dovrebbe ammettere, proprio nel primo tribunale della storia, la giustificazione di delitti atroci per compensarne altri altrettanto atroci.

Insomma, non mi pare del tutto vero – come la tradizione interpretativa ci ha indotto a credere – che l’intervento degli dèi porti ad instaurare una procedura giuridica che rappresenta il modo moderno e ‘giusto’ per l’umanità di affrontare i conflitti e di punire i colpevoli. Mi sembra invece che, nella conclusione della lezione eschilea, se la giustizia divina è delegata a quella umana, in questa però rimane sempre qualcosa di ‘divino’, cioè di imperscrutabile, incomprensibile e sovra-umano. È bene che gli uomini, e la parte di questi che non sopportano e criticano i giudici, se ne rendano conto.

Ma c’è una via d’uscita? È possibile una ‘giusta’ giustizia umana, senza che nessuno debba porsi come giustiziere arrogandosi il diritto di rappresentare la giustizia divina? Semplice porre il problema, arduo (per non dire impossibile) rispondere. Forse dovremo aspettare centinaia di anni, in un sequel della trilogia tragica di Eschilo, per sapere se il dilemma potrà essere risolto…

A proposito dell'autore

Docente di Psicologia, Università di Catania

Laureato in Filosofia e in Psicologia, è dal 1990 professore ordinario di Psicologia, già preside della Facoltà di Scienze della Formazione, attualmente presidente della struttura didattica di Psicologia dell’Università di Catania e Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Catania. Responsabile del Servizio di Counseling psicologico e di orientamento dell’Ateneo. La sua produzione scientifica riguarda aspetti metodologici e psicometrici della ricerca in psicologia e nelle scienze cognitive, e le loro applicazioni nei settori educativi, clinici e riabilitativi. Fa parte del Centro “Mind and Sport Team” interateneo fra 8 sedi universitarie italiane. Collabora con il Centre for Robotics and Neural Systems dell’Università di Plymouth (UK), e con altre istituzioni di ricerca italiane e straniere.

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