di Elisa Guccione

CATANIA – «La mafia non è un fenomeno solo siciliano, ma italiano ed è viva e vegeta da oltre centocinquant’anni». Così il giornalista e saggista Saverio Lodato risponde alla domanda introduttiva dei coordinatori, Rosario Lupo e Chiara Barone, “Cos’è la mafia” nell’ambito dell’incontro promosso da “Addio Pizzo” sezione di Catania. Persone di ogni età e cultura hanno affollato l’ampio cortile Platamone per ascoltare e dibattere sullo spinoso tema “Giustizia, riforme e antimafia”.10293719_10203323109590365_1802013656568167276_o

Hanno animato la tavola rotonda Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria, Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto presso il tribunale di Messina, Saverio Lodato, giornalista, e Nino Di Matteo, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Palermo. Negli anni settanta nascono le prime forme di protesta contro la mafia tra giornalisti, giudici, magistrati e gente comune. «Non esiste più il mafioso ignorante, oggi, i capi di “cosa nostra” studiano e possono essere anche incensurati sconosciuti alle indagini – continua Saverio Lodato – e la mafia catanese è diversa rispetto a quella palermitana, perché non ci sono stati tutti quegli omicidi eclatanti avvenuti nel capoluogo». Si è puntata l’attenzione sulle tre fasi evolutive della nascita del fenomeno mafioso, dalla creazione di un’organizzazione criminale che portò all’istruzione del maxi processo a metà degli anni ottanta fino ad arrivare alle stragi di Capaci e via D’Amelio e il rapporto tra lo Stato e la Mafia. «Le sentenze definitive sottolineano i rapporti tra Stato – mafia – spiega il giudice Nino Di Matteo minacciato di morte da Totò Riina – e nonostante tutto alcuni personaggi continuano ad essere protagonisti della nostra scena politica». Poco prima di essere ucciso Giovanni Falcone afferma che la mafia entrò in borsa riferendosi ad una serie d’imprese di portata nazionale, in quanto filtrava nelle pubbliche amministrazioni locali, negli appalti e nelle discariche e solo attraverso una diversa concezione politica si può arrivare a sconfiggerla. Tante le domande poste, soprattutto dei giovani, che credono e vogliono rinfrancare la propria terra, affinchè non venga ricordata e riconosciuta solo per gli omicidi. «È assurdo dopo ventidue anni dalle morti di Falcone e Borsellino – continua il giudice Nino Di Matteo – parlare ancora di mafia senza riuscire ad eliminare il legame tra reati mafiosi e pubblica amministrazione».

Elisa Guccione

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