Di questi tempi, la parola di più frequente uso nei discorsi fra professori universitari è ‘burocratizzazione’. Al suo uso fa concorrenza quello ‘reciproco’ della ‘semplificazione’.

Mi soffermo sulla prima per suggerire un minimo di prudenza in più nei tentativi di respingere a tutti i costi qualunque sistema di tracciabilità e (successiva) verificabilità dei comportamenti e delle decisioni che dobbiamo quotidianamente adottare.

Come ho avuto modo di ricordare anche in altre occasioni, il sistema universitario è ‘pubblico’ da quando ‘pubblico’ non significava statale e non significava finanziato dalle risorse fiscali. L’Università è ‘pubblica’ perché appartiene a tutti, è il contenitore istituzionale del ‘bene comune’ cultura superiore, è la sede di formazione sulla base della ricerca originale delle persone che dovranno ricoprire i ruoli di responsabilità intellettuale della Società.

Spesso abbiamo invocato la natura ‘pubblica’ dell’Università per sostenere legittime pretese di finanziamento a carico della fiscalità generale delle nostre attività. È giusto che sia così, ma è altrettanto giusto che ciascuna delle nostre attività (dall’uso delle risorse di ricerca, alla motivazione delle singole decisioni che assumiamo nei confronti di ogni Studente) sia leggibile, trasparente, verificabile: ‘pubblica’.

Capisco che alle persone come me che stanno compiendo quarant’anni di servizio effettivo (o li hanno già compiuti) può risultare pesante esplicitare le ragioni per le quali un esame viene valutato ‘trenta’ e un altro ‘diciotto’. Ricordo a tutti, però, che ci sono ancora i nostalgici del ‘diciotto’ attribuito allo Studente a condizione che fosse andato a recuperare il ‘libretto’ lanciato dalla finestra, i propugnatori dell’esame come ‘prova di sopravvivenza’, gli infastiditi dalla numerosità, …

Manifestare preventivamente gli obiettivi formativi che lo Studente deve conseguire alla fine di ogni singolo corso ed i relativi criteri di valutazione non è pedante burocrazia. È esercizio di responsabilità e di autovalutazione, a partire dal dimensionamento e dalla definizione dei contenuti dei programmi e della loro coerenza con il percorso di studio.

È chiaro che si tratta di un esercizio costoso e faticoso, soprattutto perché ci costringe a rivedere il nostro lavoro nella prospettiva della compatibilità con le attività didattiche dell’intero corso di studi, con la sostenibilità da parte degli studenti, con la coerenza progettuale formativa.

Altre forme di insegnamento, anche basate sulla circolarità dei flussi formativi Docenti-Studenti, sono possibili (forse anche auspicabili), ma in contesti diversi (anche paralleli e concorrenti) rispetto a quelli che devono garantire l’applicazione del principio di eguaglianza anche nella misurazione delle conoscenze e delle competenze delle persone che hanno seguito un Corso di studi.

A proposito dell'autore

Ordinario di Diritto privato all'università di Catania

Giuseppe Vecchio (Giarre, 1952), è ordinario di Diritto privato, è stato Preside, Direttore di Dipartimento, responsabile del Centro Orientamento e Formazione dell' Università di Catania, Consigliere al Consiglio di Giustizia Amministrativa per la R S, Consigliere nazionale Cri. È Cavaliere di Gran Croce dell' Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Attualmente dedica la propria attività di ricerca ai 'diritti sociali'.

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