La legge Bossi-Fini è comparabile al sintomo agorafobico: non si praticano spazi aperti per non sentire l’angoscia di una minaccia incombente, che non arriva da un punto preciso ma “circola” nell’aria, come mulinelli di vento.

Gli immigrati clandestini non sono quelli che giungono nelle nostre coste – quando ci riescono –  perché fuggono da guerre o da carestie. Ma quelli che fuggono semplicemente e tragicamente dalla miseria.

La miseria. Parola fobica.

Con la miseria l’occidente ha fatto i conti nei secoli attraverso i quali è avvenuto il processo di consolidamento del sistema che caratterizza la civiltà occidentale, ovvero il sistema dello sfruttamento del lavoro umano e delle risorse planetarie al fine di produrre plus-valore per pochi.

L’Africa è certamente il continente più saccheggiato. Seguito solo dal Sud America. Una enorme quantità di dignità, di umanità, di senso delle cose è stata sottratta a quella gente insieme all’enorme quantità di risorse materiali di cui quel continente disponeva. Secoli di colonizzazione, di schiavitù, di commerci illegali hanno ingrassato la pancia dell’Europa mentre seminavano paura, disperazione, tirannia, morte fra i popoli africani.

Quella stessa gente che oggi, abbagliata dal luccichio esausto dei beni materiali disponibili nei paesi ricchi, tenuta insieme come non mai dalle informazioni della rete che viaggiano ad una velocità impensabile fino a qualche lustro fa; quella stessa gente che ha subito rapine, saccheggi, stupri dagli eserciti gloriosi della civile Europa, e saccheggi e rapine e stupri dagli eserciti locali finanziati, unti, foraggiati dai governi e dalle multinazionali europee ed americane; quella stessa gente oggi bussa alla porta del grasso cittadino europeo per chiedere i resti della sua mensa, i miseri dividendi che rimangono disponibili nella tempesta finanziaria che il capitalismo – in preda ad una delle  sue cicliche demenze – ha scatenato dal suo ventre.

E’ quella gente – donne, vecchi, bambini – che galleggia inerte nel mare di Lampedusa dopo l’ultimo naufragio. E’ quella gente – ognuno con la sua piccola grande storia con dentro l’odio e l’amore per la sua terra – che suda e piscia e defeca nei campi di accoglienza, preparati alla bisogna ma poi non molto diversi da quelli che l’Europa nazista gestiva per la soluzione finale.

E’ vero, questi sono campi “umanitari”. Ma sono spazi in cui si contiene. Come si fa con le epidemie.

L’umanità resta un residuo appannaggio del gesto individuale o di una comunità che si identifica, che sa fare questo, con queste persone che si svegliano come noi, che amano come noi, che dormono e poi muoiono come noi. Ma non delle istituzioni, salvo – non è un caso – quelle locali, terminali dello stato che si sporcano le mani e impacchettano i corpi morti dei naufraghi e assaggiano il risultato di secoli di follia, la cui risacca sta tornando e ci sta stupendo e spaventando.

Qualunque imbecille oggi può tuonare contro questa invasione.

Qualunque imbecille.

Noi sentiamo un sincero moto di orrore per la civiltà europea.

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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