Comprarsi la materia” è un’espressione che capita di sentire non di rado in bocca a studenti universitari – “Professore, ho comprato la sua materia!” – con un significato che non è però quello, va subito detto, “tangentopol-esco”, di garantirsi l’esito positivo di un esame in seguito a corruzione del docente o di un qualche amministrativo compiacente per la registrazione telematica di un esame magari mai realmente sostenuto.

No, l’espressione non ha affatto un significato peggiorativo, “degenerato”. Ma ha valore puramente descrittivo, denotativo. Indica infatti l’aver pagato una tassa (€ 30,00, al massimo, per credito) all’amministrazione universitaria per un “servizio”, qual’è il poter sostenere l’esame di un “corso singolo” dopo aver conseguito la normale laurea triennale e biennale (Magistrale), il “3+2”.

Perché mai? Stando al burocratese “per motivi di aggiornamento culturale e professionale”. In realtà, il neo-laureato si è candidamente accorto, solo dopo aver concluso il suo iter universitario (“3+2”), che nella propria carriera scolastica egli non aveva conseguito un numero sufficiente di crediti per questa o quella materia (il più delle volte la “Linguistica generale”) per il conseguimento del “TFA”, ovvero “Tirocinio Formativo Attivo”, cioè dell’abilitazione necessaria per l’insegnamento nelle scuole.

Lo sprovveduto neo-laureato non sapeva di questo “particolare”, che era cioè necessario aver sostenuto un certo numero di CFU (“Crediti Formativi Universitari”) per l’insegnamento nella scuola pubblica. O semplicemente la Facoltà universitaria aveva trascurato di “allertarlo” su tale dettaglio al momento della scelta del proprio piano di studio: una minuzia non proprio banale ai fini di una spendibilità del titolo di studio nel mondo del lavoro. Un “errore” (proprio o indotto) a cui si può alla fine porre riparo con qualche costo in tempo e in denaro…

Ora, la possibilità di “comprare una materia” ha luogo anche in un’altra circostanza. Il neo-laureato della triennale in ritardo, che non ha quindi potuto iscriversi, entro i termini previsti, al primo anno della Magistrale, deve attendere un anno. Nel frattempo, egli può però “comprarsi la materia”, anzi le materie, fino a cinque (per 40 crediti) versando relative tasse (€ 30,00, al massimo, per credito), e sostenere in quell’anno d’attesa i relativi esami. Si iscriverà quindi l’anno successivo al primo anno della Magistrale, ma ri-pagando tutte le tasse, senz’alcuna possibilità di detrazione di quanto già versato. Tralasciamo ogni commento etico su tale procedura.

C’è ancora da dire che il numero di crediti di una disciplina mancanti nella propria carriera universitaria ma necessari per poter accedere all’insegnamento è a volte inferiore a quelli assegnati alla materia nel corso di laurea (per es. 6/9 crediti). Ma il neo-laureato non può “comprarsi” il numero di CFU strettamente necessario (a volte solo 3/4 crediti) “per l’aggiornamento professionale”: deve comprare tutto il “pacchetto” (da 6 a 9 crediti x € 30,00 a credito). Con conseguente aggravio di costo e di tempo necessari per la preparazione…

L’espressione “comprarsi/comprare la materia”, che aveva suscitato il nostro interesse professionale, si caratterizza così come esempio di italiano “diafasico”, ovvero del “linguaggio giovanile emergente”, ma settoriale “universitario”, ma “diatopico”, limitato cioè alla Sicilia. L’espressione sembra ignota infatti, da quanto abbiamo potuto accertare, in altri Atenei italiani. Anzi, l’espressione sembra sconosciuta anche nell’Ateneo palermitano e in quello messinese, ed è circoscritta all’area catanese. Espressione quindi alla fine “sub-regionale”, ovvero “uni-topica”.

Ma – ahimè – la prassi dell’acquisto dei “corsi singoli” invece, diversamente verbalizzata, e con modalità diverse (costo delle tasse da versare per conseguire l’esame) è invece pan-italiana, praticata cioè in tutti gli Atenei della nazione. Il che non stupirà se l’Università è diventata “un’azienda” dis-investita dallo Stato e quindi alla ricerca di fondi per sopravvivere, interessata ai “profitti” mentre gli studenti sono diventati “clienti”.

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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