Visto quanti “socialisti” ci sono in giro? La più grande famiglia politica italiana, cit. Marco Di Lello presidente della deputazione, ha così tanti figli che non si riesce a contare le madri. E che umanità garibaldina! Stato sociale di qua, generosità di là, solidarietà di sopra e pacche sulle spalle di sotto. Sono così tanti gli uomini “buoni”: li vedi al bar, a scuola, al ristorante (dove meno te lo aspetti), al supermercato, in fila perfino dal calzolaio. E quante belle parole: quella che va per la maggiore è comunitarismo.

Nei luoghi di un’allegra immaginazione, le emozioni spadroneggiano. Non occorre andare in Sierra Leone. «No, prego dopo di te; passa prima tu». «Ma scherzi? Non sia mai!». E quella fetta di torta? «La do a te che hai più fame». «Il lavoro di cui parli? Facciamo così: impegniamoci entrambi anche se guadagniamo meno, fratello».

Facebook ha certificato le nostre ipocrisie, colpevolmente ferme a livello di freddo sondaggio o di occasionale intervista a questo o quel vip. Siamo così “buoni” che offriamo speranze e sorrisi a chi malinconicamente ne è privo. Tutto a poco prezzo, come al mercato. Quel villino lassù, sulla collina? Di una famiglia operaia i cui figli sono diventati dirigenti d’impresa: accettati nei salotti buoni delle grandi città, soprattutto al sud dove le “tradizioni” non contano affatto. L’ironia sfiora le cime dell’Everest. Primo comandamento? Spera nel caro estinto. Spera sia stato un gran personaggio.

I nemici. Noi siamo i “buoni” d’accordo, e i cattivi chi sono? In pochi giurano di averli visti davvero. Abitano luoghi lontani, si nascondono dietro sigle impensabili. Fondano club e organizzazioni segrete. Non più di cento uomini (e poche donne, la cui generosità – leggi: poeticità – è incondizionata), che deciderebbero i destini del mondo. Sotto i nostri occhi. Mentre accade l’irreparabile, i “buoni” si sacrificano, donano paste alle riunioni di condominio, offrono pane e companatico per le strade del centro.

Ma non basta: la bontà non è tutto. Dovete sapere che i “buoni” – tutti – non sopportano le ingiustizie del mondo, generosi come sono vorrebbero cambiarlo davvero. E non si può non escludere chi soffre nelle perdute regioni del pianeta. Eccoli i “buoni”: quattro giorni su sette, sognerebbero – condizionale – campagne andaluse e rosee nudità, alla García Lorca. Nei ritagli di tempo immaginano processi sommari agli angoli delle strade, discorrendo di ghigliottine e camere a gas.

Vigilia dell’incubo e pensiero conclusivo: gli unici “buoni” che non danno imbarazzo sono quelli pasto. Buon appetito: così, tanto per dire.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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