Al teatro Musco, dibattito con Diego Fusaro sull’attualità di Gramsci e il pensiero critico

 

“Hotel Gramsci” è il titolo della conferenza organizzata il 31 marzo in onore di Diego Fusaro, filosofo e ideologo marxiano (non marxista). “Cosa resta del pensiero critico” il sottotitolo che completa la lista delle coordinate a disposizione del pubblico – numeroso al “Musco” di Catania – e dei relatori, capitanati dal presidente dello stabile Nino Milazzo. Da sinistra a destra – nel senso della prospettiva – Francesco Coniglione, Diego Fusaro, Tino Vittorio e Nuccio Carrara.

Il palazzo dove abitò Antonio Gramsci dal 1919 al 1921, trasformato in albergo di extralusso

Il palazzo dove abitò Antonio Gramsci dal 1919 al 1921, trasformato in albergo di extralusso

Questo secondo omaggio al giovane Fusaro, dopo quello del 12 dicembre scorso, avvenuto presso la Camera del lavoro di via Crociferi, prende spunto dalla recente trasformazione del palazzo in cui Gramsci abitò a Torino dal 1919 al 1921 in un Hotel a cinque stelle, dotato di ogni comfort e ostentatamente sfarzoso. Si potrebbe indicare in tale evento un segno dei tempi e in tale luce esso è stato letto nell’ultimo libro di Fusaro, appunto dedicato ad “Antonio Gramsci” (Feltrinelli 2015). Prima della conferenza ho ripassato l’intervista che feci a suo tempo. Soffermandomi su un passaggio, per me essenziale. Chiedevo: «Ai giovani cosa consiglieresti, nel senso delle azioni da intraprendere…». «Di lanciarsi nella cultura: studiare, studiare e partire dal mondo della cultura. Solo con la cultura si può contrastare il sistema del fanatismo dell’economia oggi imperante, che non a caso mira a distruggere la possibilità di farsi una cultura a partire dalla scuola. Quindi invito i giovani a rinunciare al pensiero calcolante che fa di loro delle semplici macchine da calcolo organiche al cretinismo economico dilagante. Li invito invece a dedicarsi alla cultura classica, al latino, al greco, alla storia, alla letteratura, alla filosofia. La rivoluzione parte dalla cultura».

Incomprensibile il successo che Fusaro riscuote a “destra” (ma a lui e a chi ragiona per macrosistemi, certe suddivisioni non interessano), dove vanno slogan del tipo: «Il mio giardino mi dà più sicurezze della filosofia» lanciato anni fa da Ernst Jünger, a dire il vero tutt’altro che amato da Fusaro. Che c’azzecca il tedesco con le filosofie dei comunitaristi? La storia è sempre quella. A destra si soffre di un complesso di inferiorità soffocante. Oggi poi gli intellettuali sono spariti e si cercano “accordi” più o meno velati con marxiani e gramsciani di nuova generazione. Fusaro non ama affatto quella che storicamente è stata “la destra”. Si è schierata con gli americani, e per lui gli Usa sono il pericolo maggiore. Putin naturalmente è una sorta di bandiera.

Datemi retta, non credete a chi parla di cultura di destra. La destra (ovviamente escludo la “demonia” del liberalismo), nega la modernità, negando giusnaturalismo, cultura dei diritti, laicità e quant’altro. Cioè l’unica cultura in grado di battere il ferro della convivenza civile. Di altre non ne conosco. I destrini tifano per una sorta di comunitarismo che nessuno vede e per una “tradizione” dai presupposti storici e strutturali da mondo dei sogni. Quando trovano qualcuno che parla un linguaggio simile al loro – contro il mondialismo, l’America ecc. – si trasformano in Gigi Rizzi, si mettono in costume da bagno e si catapultano in Costa azzurra. Oggi BB è Diego Fusaro.

Fusaro, GramsciIl dibattito al “Musco” è stato vivace ma ordinato. In fin dei conti, Fusaro sosteneva che “si stava meglio quando si stava peggio”: nessuno ha bisogno di metterti in carcere per quello che dici. Ed è una sfacciata dimostrazione di forza. In effetti, a pensarci bene, non è che Fusaro dica chissà cosa. La democrazia in Italia non esiste, secondo lui, per almeno tre motivi: per la presenza delle basi americane, per la moneta sovranazionale e per la mancanza di diritti sociali. Non mi sembrano temi da “carcere a vita”. Chi studia o legge inciampa su questi temi fino alla nausea. Si chiama libertà, anche. A volte, il disprezzo di Fusaro per il cosiddetto ordine mondiale – cioè per l’americanismo e quanto ne consegue – somiglia a certo infantilismo estremista di vecchia data. In sala la maggioranza del pubblico è dalla sua parte.

Carrara è di destra ed è stato sottosegretario alle riforme istituzionali con Berlusconi. Anche lui non può far altro che ripetere cose passate. Il suo feeling con Fusaro, ad eccezione dell’anticomunismo viscerale è da matrimonio in fretta e furia (e dio, patria e famiglia?). Si parla di Gramsci e a destra, grazie ad Alain de Benoist, che di destra non è, hanno cominciato ad amare l’autore dei “Quaderni del carcere”. «La destra doveva avere una propria cultura prima del potere» dice Carrara. Già poi però è arrivato il principe Berlusconi e ha rimesso le cose in chiaro. Sui nudi e sui contenuti.

Tutti hanno un nemico contro cui lottare. Per Fusaro il nemico numero uno è il 1989, anno della caduta del muro. Diceva quel tale: per chi fabbrica castelli in aria, l’ideologia batte la realtà due a zero. In casa o in trasferta. Carrara dice la cosa giusta: il muro è crollato perché doveva crollare. Ma Fusaro contrattacca: quell’altra parte di mondo serviva a ricordarci che un’alternativa era possibile, serviva a tenere alta la tensione, a non disprezzare i diritti dei lavoratori. Da quel giorno la parte che ha vinto fa il bello e il cattivo tempo. Interviene Vittorio, il cui realismo è un valore aggiunto: «l’America fa quello che deve fare, il proprio mestiere, e lo fa bene». Anche noi faremmo quello che fa l’America se ne avessimo le capacità. «L’idea di dare un senso alla storia produce insensatezza», così nascono i cosiddetti salvatori del mondo: Cristo, Marx, Benito, Adolf, eccetera. Per Fusaro, sorta di complottista per pelli delicate oggi in “regime monopolare” domina la falsificazione dei rapporti. Riscoprire Gramsci – il suo Gramsci – significa dunque rigenerare l’anticapitalismo. Cosa buona e giusta anche perché prima di ogni cosa il sardo è stato tradito dai suoi.

Su Gramsci interviene Coniglione. Analisi colta e lucida. Il suo Gramsci coincide per buona parte con quello di Fusaro. Dopo la liberazione è stata fatta una grande operazione culturale. Gramsci è l’anima della cultura italiana che venne però appiattita su una tradizione storico-umanistica che tagliava da parte la cultura scientifica. Gramsci tuttavia ci ha insegnato che le utopie non possono essere realizzate se non diventano prassi politica. E il partito comunista italiano ha avuto solo a tratti la capacità egemonica di cui si discute.

Secondo giro di domande di un Milazzo estremamente signorile. Fusaro risponde a un attacco di Vittorio che ha descritto Gramsci come la negazione del marxismo. Come «l’anti-Marx italiano». Negli anni Cinquanta si lessero i “Quaderni del carcere” poi un decennio dopo si riscoprì Marx perché Gramsci l’aveva, come dire, surclassato. Anzi Gramsci conosce pochissimo Marx: quel nazionalpopolare è tutt’altra cosa rispetto all’operaismo.

Fusaro non la pensa così. «In Gramsci c’è una lettura parziale di Marx, ma quest’ultimo è entrato in Italia come filosofo della prassi grazie a Gramsci». Dopodiché, sollecitato dal moderatore, il trentenne torinese svolta per il sentiero prediletto. La tragedia del 1989. Il mondo è cambiato proprio da quella data. La tragedia dunque ha una data d’inizio. Non è un trionfo della libertà – sostantivo che Fusaro sembra a volte disprezzare – ma la nascita di un modello monopolare. L’Urss se non altro teneva a freno il capitalismo rampante. Con la sua fine sono finiti pure i diritti sociali. Coniglione però ha altro da aggiungere. «La lotta di classe è finita perché ha vinto una classe sola. Nell’89 c’è stata la catastrofe: masse di lavoratori si sono riversate in Occidente e hanno fatto saltare i meccanismi del Welfare. È lì che nasce la mondializzazione, cioè il trasferimento a livello mondiale, tra nazioni in competizione, delle lotte del sistema capitalistico».

Altro argomento. Le difficoltà dell’Unione Europea. Per Fusaro oggi c’è una rivoluzione passiva contro i dominati. Il capitalismo ha nella sua logica il superamento di tutti i valori: l’andare oltre ogni limite. Nel ’68 è morta l’autorità e nel 1989 con la caduta del muro è per così dire iniziato il tracollo. Oggi stanno morendo le nazioni. Prima la Grecia, poi sarà il turno dell’Italia.

Coniglione parla di estrema delusione. Quando nacque l’Europa gli obiettivi erano tre: la politica solidale, la piena occupazione e la ricerca scientifica. Non c’era la moneta unica, che doveva essere il compimento di una politica di convergenza economica ed invece è stata realizzata in presenza di economie strutturalmente assai diverse, per cui essa è diventata strumento di dominio con la quale i paesi forti strangolano i deboli; un po’ come è avvenuto con l’unificazione italiana e con lo strangolamento dell’economia meridionale da parte di un Nord più sviluppato e forte. L’Euro è così diventato oggi uno strumento in mano al capitalismo finanziario. Chiudono Vittorio e Carrara: il primo asserisce che l’Europa è praticamente inesistente e dunque «non possiamo imputargli nulla», per una sorta di “incapacità di intendere e volere”. Dietro l’euro c’è solo il marco tedesco; ma i paesi deboli hanno classe politica «miserabile». Per il secondo invece l’Europa è solo la prova generale del governo mondiale che sarà.

E il terrorismo? Ovvio che per Fusaro sia un falso problema. Un’arma di distrazione che svia dalle “vere” questioni. Lo scontro di civiltà è solo un’idea «bislacca», di comodo. La quarta guerra mondiale è scoppiata nell’89 e quei paesi che noi chiamiamo “nemici” in realtà resistono. Non una parola sulle religioni, su Allah e sulle responsabilità dell’Occidente che precedono l’89. Limiti dei “pensatori” che non studiano la storia. Ma il problema dell’immigrazione è, come dice Coniglione, quello della presenza di un «esercito industriale di riserva» che non fa altro che abbassare giorno per giorno il livello delle tutele dei lavoratori e quindi finisce per essere un vantaggio aggiunto e un incoraggiamento per imprese pigre che non vogliono e non hanno la forza di competere sul piano dell’innovazione e della creatività. L’immigrazione va vista da questo punto di vista: andando oltre, per usare la prosa del torinese, l’idiotismo xenofobo e l’elogio lacrimevole.

Ultime questioni all’interno di un dibattito dal frasario un tantino âgée (s’è davvero fatto tardi): Renzi e la “democratura” cioè democrazia più dittatura. Per Fusaro la Russia di Putin è l’unica che resiste al sistema geopolitico mondiale, Renzi invece è il trionfo del neoliberismo. Per Coniglione occorrerebbe un nuovo modello di democrazia che evitasse innanzi tutto la pervasività del potere politico in tutti i gangli della società: Renzi altro non è se non la prova di tale pervasività. Una introduzione in certi momenti e snodi cruciali del sorteggio (ad es. negli appalti, fonte continua di corruzione) potrebbe esser utile a limitare l’onnipotenza della politica.

 

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