Sono  H&M ed il suo presidente Stefan Persson i grandi protagonisti dell’evento tenuto dall’associazione delle Nazioni Unite di New York.

In occasione del 69° anniversario dell’istituzione, tenutosi nella Grande Mela nei giorni scorsi, si è deciso di premiare il colosso svedese per l’impegno nei confronti della parità di genere e dell’emancipazione femminile.

I meriti dell’azienda sono tangibili: ad oggi, H&M impiega oltre 116.000 persone, di cui il 77% sono donne. Più di un milione sono i posti di lavoro creati in Asia, in cui il settore tessile occupa la popolazione femminile locale, contribuendo ad uno sviluppo proiettato su un lungo termine. Ma il suo impegno umanitario non si limita a questo, lo dimostra la collaborazione della H&M Conscious Fundation  con UNICEF, WaterAid e CARE, un’organizzazione che opera in alcune delle comunità più povere del mondo.

La beffarda ironia del tempismo, però, sa come portare a galla controversie e mal  nascoste incoerenze di un mondo che non riesce più a fermarsi. E’ di qualche giorno prima dell’evento, infatti, il polverone sollevato dal quotidiano norvegese Aftenposten, che con il docu-reality Sweat Shop ha messo in luce quanto di più oscuro doveva restare.

Tre giovanissimi fashion blogger sono stati inviati un mese in Cambogia, dove il marchio svedese e molti altri giganti della moda hanno collocato le proprie sedi produttive. L’obiettivo era quello di sensibilizzare le coscienze dei consumatori europei o, più in generale, del mondo occidentale.

Il risultato è andato oltre ogni moderata intenzione di dissenso e rimbalzando sul web ha messo in moto un tam tam mediatico che ha indotto la testata norvegese a fare marcia indietro e a dissociarsi dalle meno ortodosse  accuse dei blogger.

Turni di lavoro massacranti, con stipendi che, onestamente, nella nostra realtà non potrebbero essere considerati tali. Senza considerare le tutele inesistenti e le condizioni igienico-sanitarie ancor meno che precarie. I ragazzi non reggono all’indescrivibile livello di stress e documentano attraverso i loro occhi azzurri l’esasperazione di una condizione che rasenta la schiavitù. Le lacrime e la sofferenza di tre giovani che potrebbero essere dei vicini di casa chiama in causa singolarmente e scuote con violenza gli animi dormienti di migliaia di “occidentali”.

Anniken Jørgensen è la più ostinata  e non accetta il silenzio imposto da H&M e dal quotidiano stesso; promette di raccontare ciò che è stato deciso di censurare e di fare i nomi di tutte le aziende che attuano gli inaccettabili soprusi. Come finirà? Pare che sia stata convocata in Svezia e che abbia strappato qualche promessa al grande marchio di abbigliamento low cost.

La moda sembra essere nell’occhio del ciclone e proprio domenica scorsa la trasmissione Report di Raitre punta il dito sulle imprese italiane in fuga e descrive il deserto industriale che si è creato nel nostro paese.

Occorre, però, non scivolare nella facile demagogia e demonizzare i brand coinvolti rimane un’azione istintiva, comprensibile, ma inefficace. La delocalizzazione è la conseguenza di un’economia veloce, esigente e talvolta opprimente, che, assecondata da una legislazione che ne legittima lo sviluppo ad ogni costo, impone scelte spesso discutibili se non immorali.

Valeria Rebeschini

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