Sono e resto liberale. Senza cultura dei diritti e garanzie costituzionali, c’è solo tirannia, fascismo, estremismo. Sicilianismo. Le libertà personali, di coscienza e politica sono il midollo osseo della modernità. E qualunque tentativo di sostituire le libertà – economiche prima di tutto – con regolamentazioni varie ha condotto a una direzione autoritaria dello stato. Fino ai tribunali ad hoc e alla sospensione delle tutele. Il “programma” liberale che è e resta una scommessa sulle qualità dell’individuo, toppa per ogni antropologia negativa. Il suo auspicabile rapporto da pari a pari con l’altro da sé – un uomo “affronta” o “affianca” un altro uomo – senza mafie, “sindacati”, amici degli amici, tifosi e siciliani (quelli già compresi tra i mafiosi) vale ed è valsa una battaglia per la civiltà, vale e varrà lo scontro di civiltà domani. Sono già fuori tema, perché è di borghesia nostrana che volevo ragionare.

Tutto il male possibile di una borghesia alla siciliana che è solo perbenismo, Ave Maria, e posti di lavoro. Non è cultura liberale ma appunto siciliana. Destra eterna, vera tradizione, che si trasmette di padre in figlio o tra zio e nipote e con essa, esclusivamente, danaro e privilegi.

Si comincia con le scuole private – sovente vere e proprie fogne – ove il rampollo cresce senza difficoltà particolari, evitando la logorante concorrenza. Ove scansa il rischio di venire risucchiato verso il basso. Il trucco sta qui. Nelle corsie preferenziali della borghesia che avviano al “mestiere” i propri figli, facendo in modo che essi evitino di impantanarsi e sfiancarsi nella lotta per la ricerca di un’occupazione. Una società degna di questo nome nasce dall’istruzione. Il lavoro deve essere remunerativo, di prestigio, di apparente responsabilità e tutt’altro che usurante. Insomma quello di papà o del nonno fascista. “Appendici” essenziali sono il mondo accademico e quello della politica, veri e propri serbatoi di scambio. Voti, favori, soprattutto membri che gestiscono gli ambienti come cosa loro. È sempre gradito un Gianantonio Stella o un Marco Travaglio che “scenda” in Sicilia per fare quattro conti alle famiglie a loro modo tradizionaliste. Se esistessero risorse, sarei il primo a dare la stura. A chi interessa però avere un ficcanaso in casa?

Vera e propria variabile impazzita sostanzialmente mafiosa, la violenza senza la quale non è possibile dare un’immagine esaustiva della cosiddetta terra del sole. La mafia è entrata nel gioco politico e dunque dà e riceve a seconda degli interessi in gioco. Chiese e gruppi di pressione composti da massonerie varie completano il quadro di un luogo nel quale Robinson Crusoe morirebbe pazzo dopo neanche una settimana di pene. Chissà, prima però busserebbe alla porta del potentino di turno.

Borghesia del posto di lavoro. Ovviamente rozza, egoista, non di rado ignorante, a tratti violenta, ma formalmente educata con giacchetta e cravatta e vestitino griffato. Tutta “grazie”, “buongiorno”, “scusi” e “mi consenta”. Sorrisi e qualche canzonetta. Teatri e club esclusivi. Borghesia che gestisce interi comparti, nei quali da decenni i cognomi sono sempre quelli; borghesia che gode del massimo sostegno all’interno del più vasto ambiente formato da famiglie della “classe dirigente”, clienti, veneratori e sognatori. Sì ci sono anche quelli. Perennemente a scappellarsi e a interpellare un professore di qua e un direttore di là. Insomma un male che si autoalimenta e che trova le più “convincenti” giustificazioni nell’inerzia dei molti e negli interessi di un indefinibile numero di conservatori. Un sistema occulto, poggiante sulla paura dell’ignoto e su ciò che sfugge all’ordinario controllo. Sulle “qualità” borghesi – che stanno nella sfera economica – che alcuni cialtroni con laurea e cavalierato ostentano ad ogni piè sospinto, convinti di poter essere padroni del destino altrui.

In questo prega-fotti-mangia, ove si possa trovare qualcosa che abbia a che fare con la cultura del diritti e delle libertà, francamente non sappiamo.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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