Marco Iacona.

Notti magiche? Sì, dai. Furono magiche quelle sere del 1990. Quando l’Italia organizzò il suo mondiale sfortunato. Sfortunato perché doveva vincerlo e invece andò a cozzare contro il bastimento argentino di Maradona & compagni.

Di quel mondiale ricordiamo le gesta di Salvatore Schillaci – in arte Totò – da Palermo e a quel tempo in forza alla Juventus. Oggi Totò compie cinquant’anni. Attaccante di quelli tosti, classe misurata ma molta voglia di emergere, aveva giocato nel Messina di Zeman. Esempio tra i tanti di quella voglia di arrivare che colpisce i siciliani nati in zone svantaggiate. Per qualche stagione fu portabandiera di quelli che “ce l’hanno fatta”. Quei giorni di gloria – Totò fu anche capocannoniere del torneo – furono preceduti dal successone di un altro sicilianuzzo Giuseppe Tornatore che col suo sentimentale (e furbetto) “Nuovo Cinema Paradiso” aveva appena conquistato l’America della notte degli Oscar.

Schillaci era famoso per i suoi guizzi rapidi e imprevedibili, ma anche per quegli occhi “spiritati” che dai giorni di “Italia 90” saranno, come dire, patrimonio del calciatore in trance agonistica. Molto ci ha lasciato da un punto di vista emozionale. L’inizio dei Novanta appare lontanissimo da ogni angolo di visuale; poco invece ci ha lascito da un punto di vista squisitamente tecnico e sportivo. Le sue limitate stagioni ad alto livello e le non abbondati convocazioni in maglia azzurra sono lì a dimostrare che la voglia fa miracoli, ma i miracoli non si ripetono tutti i giorni. Dal giorno del ritiro, dopo esser volato in Giappone gestisce un centro sportivo nella sua Palermo. Ha tentato la strada della tivù con alterne fortune.

Totò è oggi simbolo di un tempo perduto e di uno spirito. Anche grazie allo sguardo da pazzerellone.

 

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