I frutti di un’Europa concepita e centrata solo sulla circolazione dei capitali, sul libero scambio, sull’apertura dei mercati e quindi sulla possibilità della migrazione della manodopera (disponibile ad accettare qualunque salario, pur di lavorare) e dei capitali (desiderosi di delocalizzazione pur di abbassare il costo del lavoro), sta dando i suoi frutti. Vedremo presto una Marine Le Pen correre con possibilità di successo per la presidenza della repubblica francese e stiamo assistendo a un Matteo Salvini che lentamente si sta trasformando nel vero, autentico leader della destra.

La ricetta per tale successo è semplice, così come lo sono tutte le risposte ai problemi complessi che vogliono avere consenso: individuare un nemico o più nemici cui attribuire tutta la responsabilità dei problemi e individuarli in modo che la loro “estraneità” e il senso di distanza ne assicuri la facile accettabilità. Gli extracomunitari – come accadde per gli ebrei o gli zingari – sono da questo punto di vista perfetti: hanno religione diversa, vengono da paesi scarsamente conosciuti, hanno persino il colore della pelle dissimile dal nostro. Incarnano nel modo più compiuto l’“altro”, l’estraneo, il diverso. Grazie ad essi è possibile unificare l’opinione pubblica nazionale, che così si compatta al suo interno trovando il proprio nemico all’esterno. E la scelta di Salvini di porre fine alla polemica antimeridionalista e alla pretesa secessionista è da questo punto di vista accorta: additando nell’extracomunitario la responsabilità delle difficoltà economiche italiana può unificare l’opinione pubblica nazionale e far fuoriuscire il proprio partito da una mera rappresentanza regionale. Per andare alla conquista del Sud.

Ma giunge al pettine anche una globalizzazione e una apertura dei mercati che ha permesso al capitale di circolare liberamente alla ricerca dell’impiego migliore, ma non ha per nulla curato l’esigenza di mettere in equilibrio i rispettivi sistemi sociali, in modo che fossero comparabili e realmente competitivi. Se la globalizzazione non fosse stata fatta solo a vantaggio del capitale finanziario e delle multinazionali – che così hanno ricreato la condizione edenica della prima industrializzazione inglese, quando gli operai, privi di protezione sindacale, erano costretti a farsi la concorrenza tra loro permettendo l’abbassarsi dei salari e delle garanzie – si sarebbe avuto cura di richiedere alle nazioni e ai paesi con i quali si stabiliva una libera circolazione, che anche i loro lavoratori godessero delle stesse garanzie e dello stesso welfare dei paesi industriali, in modo che non potessero far concorrenza sulle condizioni di vita e sui salari; nonché che le loro industrie fossero sottoposte a leggi e regolamenti (ad es. per la protezione ambientale) equiparabili a quelle esistenti nei paesi industrializzati.

E questo spiega il secondo asset vincente dei movimenti come quello della Le Pen e di Salvini (e di altri simili in Europa). La polemica contro l’euro e contro la globalizzazione, in favore di una chiusura e protezione nazionalistica, dà una risposta al problema, ma con un salto all’indietro, cioè cercando di ripristinare una condizione di protezione doganale e di isolamento dalla circolazione di merci, capitali e lavoro che risale ad almeno trenta anni fa, quando la Fiat si assicurava dalla concorrenza imponendo una politica doganale di alta tassazione verso le automobili straniere. È questo un ritorno al passato che si tinge di toni populistici, pseudo-egualitari, nazionalistici e che evita di confrontarsi con la complessità del mondo contemporaneo. Perché affrontarla richiederebbe risposte difficili, esse stesse complesse e una politica pervicace, lenta, con risposte non immediate, riforme strutturali e una politica estera incisiva e chiara. Tutte cose che la velocità della politica e la necessità di salvaguardare il potere di un ceto politico inamovibile e irriformabile non può permettersi. E allora, meglio le risposte semplici e un nuovo leader. In attesa del prossimo.

A proposito dell'autore

Docente di Filosofia

Professore ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Catania. È stato direttore del Dipartimento di Processi Formativi dal 2006 al 2010 e coordinatore del Dottorato di Ricerca in “Scienze umane” del Dipartimento di Processi Formativi, in cooperazione con la Mississippi State University e la University of Nevada, Reno. Attualmente è Presidente della Società Filosofica Italiana. Ha recentemente pubblicato Maledetta università. Fantasie e realtà sul sistema della ricerca in Italia (Di Girolamo 2011), che è anche il frutto di una ricerca europea sulla società della conoscenza.

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