Di Fabio Pignataro*

CATANIA – Caterina Balivo, nella puntata del sei giugno di Detto Fatto, ha illustrato al numeroso pubblico del pomeriggio di Raidue la realizzazione di un simpatico découpage. Il tutorial prevedeva l’impiego di ‘vecchi fumetti’ e di una sedia, oggetto piuttosto grigio, non abbastanza pendant con il carattere dello studio e delle case dei telespettatori, ormai totalmente riplasmate sotto l’egida delle innumerevoli lezioni della bravissima conduttrice. Il procedimento della decorazione è assai semplice e non siamo sicuri di poterlo riportare come conviene proprio perché, data l’immediatezza della rappresentazione, distrarsi è stato inevitabile.

Gli autori della trasmissione, attenti pedagoghi del primo pomeriggio, temevano che qualcuno a casa potesse ridurre il medium fumetto a mera decorazione da mobilio scalcinato. Per evitare l’imbarazzante equivoco, la brillante conduttrice ha snocciolato le cifre da capogiro con cui alcuni ‘vecchi fumetti’ (di cui non ci sono stati riferiti né titoli né autori) sono stati battuti a qualche asta. Qui lo scarto tra pigra trasmissione postprandiale e moderno e articolato spettacolo televisivo si è fatto enorme: perché se è evidente che la regia e gli autori all’interno del racconto televisivo di Detto fatto rappresentano la forza morale invisibile, Caterina Balivo ha il ruolo, splendida Candide catodica, di smascherarne l’ipocrisia e le contraddizioni. Il commento ha lasciato intendere elegante causticità: “Attenti quindi ai vostri vecchi fumetti, potrebbero valere tanti soldini, attaccateli come facciamo noi alle sedie”.

Ci sembra di capire, al di là dell’evidente cinismo della conduttrice, che in questo découpage non ci sia nulla di scandaloso: se usiamo qualcosa per decorare un oggetto brutto lo facciamo perché pensiamo che il primo possa essere valore aggiunto, perché sia più bello del pezzo di mobilio da salvare, da rendere conforme al nostro spiccato gusto.

Potrebbe quindi essere interessante valutare i fumetti (vecchi o nuovi non importa) seguendo quello che possiamo chiamare il “Criterio della Sedia della Balivo” o solo il “Criterio della Sedia”, “La Sedia” se siete particolarmente stanchi o “La Balivo” se in effetti non state adottando alcun criterio ma state solo indicando la Balivo.

Tale metodo di valutazione potrebbe poggiarsi su due principali categorie:

-I fumetti belli. Quelli che sfogliandoli salta subito all’occhio una splendida vignetta o striscia da ritagliare, e tàc, appiccicare qui, sullo schienale, perfetto. Probabilmente hanno colori sgargianti e ben scelti, uso sapiente delle inquadrature, sono fatti da gente che si vede che campa solo di quello, che ha sviluppato vuoi o non vuoi un gusto niente niente male, che paiono quasi le opere di quell’artista della pop-art del Lichtenstein.

– I fumetti che non meritano di essere appiccicati sulla Sedia della Balivo perché non esiste sedia abbastanza brutta da essere abbellita da giornaletti mal riusciti, e se tale sedia esiste sarà come minimo zoppa o troppo brutta per qualsivoglia intervento, quindi che découper a fare? Ti vien fuori una pacchianata e basta.

Caso vuole che lo stesso giorno in cui Caterina Balivo ci ha mostrato la sua Sedia venisse inaugurata la quarta edizione dell’Etna Comics di Catania, tenutasi nel complesso fieristico delle Ciminiere. Questa manifestazione, analogamente alle altre di più lungo rodaggio sparse nel territorio nazionale, come la più importante Lucca Comics o la capitolina Romics, offre un carnet di iniziative volto a rendere considerevole in termini economici un coacervo di nicchie più o meno grandi, composto da appassionati di videogiochi, cartoni animati, giochi di ruolo, modellismo, travestitismo (l’ormai noto a tutti Cosplaying). Come il nome stesso della manifestazione suggerisce, la parte del leone la fa la succitata Arte di Decorazione delle Sedie.

A questa sono state dedicate tra le più interessanti mostre e incontri di queste prime quattro edizioni.

Destreggiandosi con abilità tra l’ambiente internazionale e i nomi più popolari e meritevoli del panorama nostrano, Etna Comics ha avuto il merito di avere nomi di sicuro prestigio, da Greg Capullo, attuale disegnatore di Batman, giunto a Catania in occasione dei settantacinque anni del personaggio, a Miguel Angel Martin autore del controverso Brian the Brain.

Sul versante nostrano personaggio di rilievo è Leo Ortolani, creatore di Rat-Man, personaggio che dal 1997 – anno della prima pubblicazione per l’attuale editore Panini – ha raggiunto vette di popolarità tali da avere l’attenzione anche del più snob degli arredatori.

Oggetto di una mostra anche i lavori su Eva Kant di Giuseppe Palumbo, autore di primo piano per l’editore Astorina, che con la coerenza visiva dei retini presenti nelle storie di Diabolik offre ottimo materiale anche per il meno avvezzo all’Arte del ritaglia-attacca.

Altro nome che potremmo fare – e ci scusino gli altri esclusi – è quello di Roberto Recchioni, creatore e sceneggiatore di Orfani, che potrebbe dare un notevole tocco di colore alle nostre masserizia, cosa che non siamo abituati ad aspettarci dalla Sergio Bonelli Editore, che riservava il colore ad albi speciali o fuoriserie.

Ma il più grande motivo di vanto per l’organizzazione è la presenza del maestro – vero e proprio ambasciatore delle strisce di carta nel mondo – Milo Manara, la cui presenza è stata accompagnata dalla personale “Tutto ricominciò da un’estate Etnea”.

Tra le settanta tavole originali esposte ricordiamo “Il Gioco”, magari non proprio adatte per rivestire le camerette dei più piccoli; “Viaggio a Tulum” e il “Viaggio di G. Mastorna detto Fernet” per i testi di Federico Fellini e “i Borgia” sotto la sceneggiatura di Alejandro Jodorowsky, perfette per la scrivania di uno studente fuori sede del DAMS. Fulcro dell’esposizione le tavole inedite di una storia di imminente uscita dedicata alla vita di Caravaggio.

Anche di questo si è parlato durante la conferenza a lui dedicata, dopo il ricordo di alcuni maestri, da Hugo Pratt ai già citati Jodorowsky e Fellini.

Anomala la collaborazione con quest’ultimo: abitudine consacrata è la concessione da parte dello sceneggiatore di una libertà ‘registica’ al disegnatore. Fellini questo non lo permetteva, pretendendo massima aderenza alla sua sceneggiatura, senza però dar mai mostra di arroganza, motivando in maniera esaustiva ogni soluzione.

Le parole più interessanti Milo Manara le ha spese sul suo modo di concepire l’arte del disegno, riflessione su come ogni oggetto e spazio inteso dall’uomo sia, prima della sua realizzazione materiale, disegnato, e del gioco che s’instaura tra un oggetto e l’artista che con questa consapevolezza lo restituisce alla sua natura di carta.

Di estrema importanza il ruolo della storia dell’arte, intesa come principale testimonianza del passato, da cui scaturisce la riflessione di come la storia dell’uomo nasca e sia legata in maniera indissolubile all’arte del disegno. Infine, di come il recupero del passato, della memoria e lo sforzo della ricostruzione storica siano l’esigenza e la premura principale del Maestro di Bolzano nel tentativo di comprendere al meglio la nostra epoca. Da qui l’importanza di una storia su Caravaggio, con la volontà di allontanarne l’austerità museale, di volere restituire alla figura storica una giovinezza negata dalla storia stessa, anche tramite accostamenti emotivi, come il ricondurre vagamente i tratti del volto di Michelangelo Merisi a quelli di Andrea Pazienza. Uno sforzo, quindi, di rendere pieno un vuoto, una distanza, da opera viva a opera viva.

Che dire, forse apprezziamo di più l’umiltà di un tappezziere. In fondo cosa sono poi questi ‘fumetti’, anzi, questi ‘vecchi fumetti’? Oggetti relegati a un’infanzia per fortuna lontana (‘vecchi’ non a caso, ‘vecchi’ quanto noi) e probabilmente abbandonati in soffitta insieme alle figurine olografiche che si davano in omaggio con i formaggini. Qualunque pretesa di superiorità rispetto alla carta da parati ci sembra, francamente, fuori luogo.

 

*Fabio Pignataro non esiste

Scrivi