Prosegue la discussione tra Giuseppe Vecchio e Salvatore Aleo

Burocrazia è termine coniato in Francia a metà settecento (bureaucratie) a esprimere il potere amministrativo esercitato nel rispetto delle leggi e dei regolamenti, di cui i funzionari sono esecutori. Nello stesso periodo Montesquieu definiva (e auspicava) il giudice come un «ente senz’anima, null’altro che la bocca che pronuncia le parole della legge» (Esprit des lois, 1749); e Beccaria scriveva che «né meno l’autorità d’interpretare le leggi penali può risiedere presso i giudici criminali, per la stessa ragione che non sono legislatori» (Dei delitti e delle pene, 1764). Nel disegno illuministico, che è stato espressione di un movimento di notabili intellettuali soprattutto contro il potere arbitrario ed eccessivo, pure crudele, dei giuristi, i giudici sono concepiti come funzionari di una funzione essenzialmente ricognitiva, del fatto, quindi del suo autore, e della legge. La nozione d’interpretazione è usata da Beccaria, sostanzialmente, con lo stesso disvalore che noi attribuiamo all’arbitrio: privo di legittimazione.

La codificazione non sarebbe avvenuta senza la straordinaria capacità, nonché pretesa, di semplificazione dei problemi e delle soluzioni tipica della cultura illuministica: i modelli normativi sono interindividuali, come l’analisi kantiana della società è fatta di individui, i cui rapporti e conflitti sono mediati dallo Stato: non ci sono i gruppi.

La codificazione, diciamo, non regge il confronto con la complessità: sociale, politica, economica, tecnologica, culturale. La nostra epoca è stata definita «L’età della decodificazione» (1979), da Natalino Irti, un civilista. Ovviamente quando usiamo i riferimenti alla burocrazia con una inflessione negativa ci riferiamo agli eccessi di burocrazia, meglio di burocratismo, che rallentano e perfino paralizzano l’attività amministrativa. Ma il problema è più ampio, più complesso appunto.

Il riferimento all’arte è opportuno. Alla fine dell’ottocento si frantumano, esplodono, la forma musicale, la forma del romanzo, la figura pittorica.

Qual è il problema giuridico della complessità? Che la realtà non si lascia formalizzare se non mediante semplificazione, che due fatti uguali non esistono, che i fatti sono comunque diversi dalle loro immagini ovvero dalle rappresentazioni che se ne fanno.

La mia non è una visione irrazionalistica ed emotiva, meglio emozionale, del diritto e del giurista, ma la coscienza e la rappresentazione dei limiti del diritto e dei giuristi.

Mentre lo schema giuridico illuministico (del rapporto fra legge e giudice, fra legge e funzionario, della codificazione) è concepito come ordinato, esaustivo e autosufficiente, noi dobbiamo prendere atto che aumentano progressivamente le leggi, i delitti, il potere discrezionale dei giudici, il disordine amministrativo, ecc. il sistema si … espande, tende a diventare – comunque – caotico. Inoltre, la scienza giuridica, invece di essere formalistica (appunto burocratica) deve tenere in considerazione tutti i limiti (fisiologici) dei giuristi, che sono banalmente uomini (con le loro debolezze, le loro fissazioni, le loro idiosincrasie, le loro simpatie e antipatie): dev’essere perfino psicopatologia dei giuristi.

La consapevolezza della complessità (l’analisi multifattoriale e contestuale, quindi dinamica) deve condurre alle metodologie (funzionalistiche) di governo della complessità. La legge, dico, non ci può bastare. Un dato di fatto è che tutte le formule normative rigide durano poco e sono presto superate. La complessità può essere governata con metodi flessibili e autoadattabili: in ragione dei disagi e delle asperità. Flessibilità degli strumenti sia di repressione che di garanzia, come la moralità di tutti gli operatori: non ingabbiabile in alcun modo, e che sarebbe sbagliato, oltre che ingenuo, ingabbiare troppo.

Il sistema giustizia è anche la mancanza di benzina delle auto della polizia e la mancanza di carta per le fotocopie negli uffici.

Secondo Bertrand Russell, che discuteva della differenza fra le nozioni di causa e di funzione, l’astrattezza e generalità è anche e meglio quella dei numeri. Siamo capaci di trasbordare tutto il nostro sapere giuridico in un contenitore solo numerico? Ci riusciranno i nostri pronipoti?

Siccome anche i giuristi (invece) hanno un’anima, nei loro giudizi sono in grado di sintetizzare, un insieme enorme di informazioni (di sfumature): che non sono scomponibili in altrettante forme, né lessicali né (allo stato) numeriche.

Alcuni anni fa mi colpì moltissimo il titolo di una tesi di laurea in giurisprudenza, per cui il relatore, addirittura, chiese e ottenne la lode: Il diritto è analogico o digitale? Scrivendo queste note il titolo mi appare ancor peggio di come mi sembrò subito, ma può essere considerato archetipico della profondità di pensiero nonché di cultura dei giuristi.

Complessità è, anche, la cultura della contaminazione, da una parte, e del coordinamento, dall’altra. A me sembra difficile seguire strade diverse in confronto alla globalizzazione e alla enorme velocità dell’evoluzione tecnologica, che, entrambe, travolgono la forma della legge e quella del codice.

E comunque, al di là di tutto, non mi fiderei del giudice monocratico neanche per la risoluzione delle controversie fra comari. Perché il giudice un’anima ce l’ha, eccome.

A proposito dell'autore

Ordinario di Diritto Penale all'Università di Catania

Salvatore Aleo, professore ordinario di diritto penale e criminologia nell’Università di Catania, è nato, si è laureato e vive a Catania, si è sposato due volte e ha tre figli. Ha studiato soprattutto teoria della responsabilità e teoria dell’organizzazione, con riferimento prima alle forme di criminalità organizzata e poi alle strutture e alla funzione sanitarie. Ha pubblicato numerosi volumi nonché manuali, di diritto penale e criminologia. Ha fatto parte delle commissioni di concorso della magistratura, di abilitazione alla professione di avvocato e di riforma del codice penale. Insegna nei corsi di laurea di scienze dell’amministrazione e di psicologia. Nel tempo libero legge e dipinge.

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