Ci sono politici che sono splendidi combattenti quando si tratta di difendere le cause più ignobili, a fianco di evasori, mafiosi, corrotti. Ma sempre con nobili argomentazioni e sublimi principi garantisti. È come chi, di fronte al ristoratore che ha avvelenato tutti i commensali nel pranzo di nozze, afferma che la cosa più importante è che i camerieri non servivano in guanti bianchi; o come chi decide di operare un malato terminale di cancro per i calli ai piedi. Diceva Oscar Wilde, disteso sul letto in punto di morte: «Questa carta da parati mi sta uccidendo». In questa nobile arte del parlar d’altro, di sostituire l’inessenziale all’essenziale, il futile a ciò che è rilevante e quindi operare una sorta di campagna di distrazione di massa, sono abilissimi certi politici: di fronte a un  Falciani che ha svelato la lista di chi imbosca denaro all’estero, non si scompongono affatto per la gravità della notizia, ma si preoccupano solo della circostanza che esso si sia appropriato di tali informazioni in modo fraudolento; o di fronte all’intercettazione che svela la corruzione di un politico o la sua collusione con la mafia, si punta il dito d’accusa alla facilità con cui vengono disposte le intercettazioni, al loro costo, o alla violazione di qualche codicillo regolamentare.

Una volta si insegnava all’università che una cosa sono le questioni di origine e un’altra il problema della giustificazione: non è importante come sia venuta in mente a Newton la teoria della gravitazione universale (se l’è potuta anche sognare la notte), ma è invece fondamentale accertarsi se essa sia vera, facendo gli opportuni accertamenti ed esperimenti. Ma questo principio non vale per i nostri politici: non è importante chi abbia rubato e quanto, ma come si sia diffusa la notizia: per una soffiata, per una fuga di notizie dai tribunali o per qualsiasi altro motivo. E così che il tizio sia mafioso o corruttore va a finire in secondo piano rispetto al fatto che tale notizia sia trapelata per qualche piccola violazione formale delle regole procedurali. Quest’ultimo fatto viene ingigantito, enfatizzato, amplificato e così il colpevole diventa non il ladro o il corruttore o il mafioso, ma chi si sospetta abbia fatto trapelare la notizia: la magistratura, accusata nella sua totalità come inaffidabile e quindi da perseguire, controllare, limitare; o i giornalisti, che sono a volte troppo indocili e acquisiscono notizie che dovrebbero essere ancora riservati.

In questo attaccamento al formalismo delle procedure, in questa esaltazione del regolamento a discapito della sostanza delle questioni, in questo voler ingabbiare le indagini e le procedure all’interno di una cortina di “privacy”, si può scorgere il declino dell’opinione pubblica italiana, assai più attenta alle forma che alla sostanza delle cose, al galateo che ai reali atteggiamenti e sentimenti, all’etichetta di come si serve il pranzo piuttosto che alla sua qualità.

Che delle procedure vi siano è indispensabile: sono state concepite a garanzia dei più deboli, di modo che i potenti non possano spadroneggiare e siano messi a freno da norme e princìpi validi per tutti; che chi le violi debba essere perseguito e punito è anche una esigenza incardinata nel senso di giustizia e nello stato di diritto. Ma “est modus in rebus” e bisogna avere il senso della proporzionalità dei delitti e delle pene, la capacità di percepire la loro diversa gravità, altrimenti la comunità civile va sottosopra e si perde quel comune collante di moralità ed etica condivisa che costituisce la tempra morale di una nazione. E quando accade che procedure, regolamenti, formalismi servono solo come un diversivo dalla sostanza delle cose, un modo per deviare il discorso su falsi bersagli e non cogliere la gravità dei mali che ci stanno davanti, allora in questa esaltazione del codicillo, ogni Azzeccagarbugli potrà dire la sua e l’Italia può sprofondare nella melma e nel guano della corruzione e dell’indifferentismo morale, in cui “sono tutti uguali”.

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