Gli sviluppi della rivoluzione informatica e tecnologica degli inizi del millennio, i cui aspetti sono stati approfonditi dalla studiosa Maryanne Wolf, mettono in luce i primi deficit di giudizio che ha generato la cultura digitale. 

 di Alberto Molino

La cultura digitale portava nel grembo la rivoluzione formale del consumo di materiale intellettuale, fondata sulla possibilità di garantire ad una platea sempre più vasta un facile, quanto immediato, accesso alle informazioni, pertanto una maggiore diffusione del sapere. Invece, secondo gli studi di Maryanne Wolf, direttrice del Centro per la Lettura e la Lingua della Tufts University in Massachusetts, l’uso smodato di tecnologia avrebbe corroso la capacità di molte persone di ragionare, di stare attenti e di partorire idee originali. Il multitasking dell’era contemporanea, cioè l’atto di compiere attività disparate nel medesimo tempo (ad esempio, ascoltare la musica dell’iPod, inviare un SMS, guardare la TV e controllare gli aggiornamenti di stato di Facebook quasi simultaneamente) causerebbe, nel lungo periodo, un’ipertrofia del cervello, un’anestetizzazione  delle emozioni, un calo del desiderio sessuale e una diffusa passività comportamentale.

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La cultura digitale, inoltre, con i suoi ipertesti, link e collegamenti ridondanti ha ucciso la linearità del pensiero prodotta dalla struttura classica del libro che, al contrario, favorisce la riflessione e l’immaginazione critica. In Internet tutto è a disposizione, eternamente aggiornabile, salta in questo modo la storiografia e la cronologia degli autori, si vive immersi in un costante flusso d’informazioni eterogeneo che annulla il passato e la prospettiva del futuro, resta soltanto un presente piatto, amorfo, colmo d’ogni genere di dato, spesso superfluo e mal scritto, mancano il più delle volte lo spessore intellettuale, l’applicazione, l’analisi e la ricerca. Si vive come se non si dovesse morire mai, “always online”, lontani, per dirla con il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, dai problemi della vita, dall’esistenza concreta. Il silenzio, dentro cui nascono le idee per merito della riflessione interiore con noi stessi, viene sostituito dall’incessante frastuono della magnetica cultura digitale massificata che, da paladina contro l’ignoranza, si trasforma essa stessa in ignoranza, in appiattimento, omologazione e svilimento della propria immagine.

progressoLa tesi sostenuta da Maryanne Wolf, condotta attraverso uno studio campionario delle generazioni definite “native digitali”, mette quindi in mostra la degenerazione della tecnologia, non più controllata dagli esseri umani per scopi degni di essere citati, ma trasformatasi quasi per tutti nel simbolo della nuova schiavitù. La studiosa statunitense ricorda, infine, che la vera droga contemporanea, in grado di corrodere l’ethos socratico, cioè l’attitudine al giudizio della realtà, scorre sugli schermi dei nostri PC, tablet e smartphone senza che ce ne rendiamo conto; il rimedio per non scadere nella ovvia vacuità della cultura digitale, che conserva comunque aspetti positivi – è bene ricordarlo -, consiste nello spegnere quel tanto che basta le apparecchiature tecnologiche di cui disponiamo per concederci una spensierata passeggiata o, tutt’al più, un gustoso caffè al bar con gli amici.

 Alberto Molino

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