È ben noto l’episodio descritto nei Promessi sposi da Alessandro Manzoni: Renzo si rivolge al dottor Azzeccagarbugli per ottenere giustizia e reca con sé come atto di omaggio e compenso quattro capponi, sballottandoli nel tenerli: «Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura».

In una semplice frase, all’interno di un testo narrativo che racconta un episodio circoscritto nello spazio e nel tempo, è contenuto un profondo insegnamento socio-politico, ancora e sempre attuale: la tendenza degli oppressi, degli umili, di coloro che non hanno la capacità di cogliere la propria condizione nel contesto dalla situazione complessiva nella quale sono inseriti, a prendersela col loro immediato vicino, compagno di sventura come loro, ma al tempo stesso immediata causa del proprio disagio. Il cappone che becca il suo vicino, non capisce di essere con esso accomunato al medesimo destino – aver comunque tirato il collo – e così se la prende con lui, sfogando la propria frustrazione.

Chi rifletta sull’episodio apprende un insegnamento di vita con una efficacia e un impatto emotivo impossibili da ottenere da un trattato di politica o sociologia. Ciò fa riflettere sull’importanza di non sottovalutare l’implicito contenuto di pensiero dei testi narrativi o anche poetici, molto spesso assai più efficace di astratte esposizioni morali o sociologiche. Si apprende molto di più leggendo la Divina Commedia o i Vangeli – testi poetici e narrativi al tempo stesso – di quanto sia possibile grazie allo studio di trattati di etica e di teologia: questi lasciano freddi il cuore e accendono solo la mente di chi è portato alle astratte riflessioni, ma i primi colpiscono l’immaginazione e la fantasia di gran parte della gente, si scolpiscono nei propri cuori, diventano esempi e modelli di comportamento a cui ispirarsi. È questo il significato più pieno dell’essere dei “classici”, la ragione della loro imperitura fortuna: ancora oggi recitiamo e ci commuoviamo nell’ascoltare le tragedie greche scritte oltre due millenni fa.

Ma v’è anche da riconoscere che il poter beccare il proprio vicino ha almeno il vantaggio di lasciar sfogare la propria rabbia, di alleviare la tensione. È lo stesso quando ci si mette ad urlare, si piange, ci si dispera: nulla cambia, ma in questi gesti inconsulti e irriflessi, una tensione si allevia, ci si stordisce e alla fine si diventa come ebeti, tranquilli e rassegnati, incapaci di avere una vera percezione di quanto è avvenuto, storditi dal dolore e dalla disperazione. Ecco perché periodicamente, nel corso della storia, le grandi masse hanno avuto sempre bisogno di qualcuno con cui prendersela per le proprie disgrazie: le minoranze, gli zingari, gli eretici, gli ebrei, ora gli islamici, gli immigrati, gli extracomunitari. Poi si è più tranquilli e si accetta di buon grado il proprio destino. Ma più ancora, non ci si interroga su di esso e non si pensa che sia proprio tale “destino” ciò che può e deve essere cambiato.

E chi profitta di ciò, chi ha interesse affinché i capponi si becchino tra loro, ha tutto il vantaggio di trovare sempre nuovi obiettivi per far scaricare la frustrazione popolare: il nemico che ci affama e contro il quale suscitare una bella guerra, i plutocrati internazionali, i massoni che tutto brigano e governano, infine gli extracomunitari che invadono l’Italia, ci tolgono il lavoro, degradano i quartieri (che altrimenti sarebbero migliori di quelli svizzeri), e per giunta ottengono gli alloggi popolari. E le masse, i ceti diseredati per cultura, informazione, condizioni economico-sociali, finiscono per sfogare la loro rabbia non contro chi è il principale artefice delle loro condizioni di vita, ma contro gli ultimi venuti, contro i loro compagni di disgrazia, a loro volta vittime di altri frangenti che li hanno costretti alla fuga e all’emigrazione (perché nessuno emigra per fare una gita turistica).

Ma, come i capponi di Renzo, finiranno tutti nella pentola del dottor Azzeccagarbugli, per il quale «a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente», specie quando si tratta di un potente. Per i “minimi”, invece, non v’è alcun Azzeccagarbugli in grado di salvarli: sono tutti colpevoli, come il povero Renzo, vittime di un destino che ha sulla propria bandiera il motto “il mercato lo vuole”, così come in passato vi si scriveva “Deus vult”. Da un dio all’altro, il loro destino sembra non sia per nulla mutato.

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