Buon settantaduesimo compleanno Paul. Anche se in ritardo. Lo confesso: sono intimorito. Non sei un cantante, né un autore, né un musicista. Non solo cantante, autore o musicista. Eri il leader dei Beatles insieme a John il poeta maledetto con devianze buoniste. I Beatles che non erano i Pooh e nemmeno i Rolling Stones, ma il gruppo per titolo principesco. Cosa sei? Sei un esempio vivente: nei libri di storia non ci stanno solo i re e i condottieri. Né i rivoluzionari che avanzano pistola alla mano. Le rivoluzioni si possono fare senz’armi né soldati. In pochi anni, un buon gruppo beat – uno dei tanti – si ricolora delle fantasie di un sofisticatissimo quartetto, o quintetto. Il succo sta tutto qui. Una formazione dallo stile eclettico: padrona di suoni, generi e umori, addirittura. Il mondo perdeva la sua innocenza (diciamo: non per la prima volta) e nuovi maestri rivelavano l’“essenza” del loro comporre. In origine un plin plon orecchiabile, martellante all’occorrenza – dionisismo adolescenziale – che avviliva mamma, papà e sociologi di stato. I Beatles sono tanti fenomeni in uno. Che lo dico a fare? Come gli anni Sessanta.

Non credo tu sia diventato un senatore, sei invecchiato senza coprirti di ridicolo quello sì. Hai conservato una naturale timidezza immortalata in ogni video, ma la genialata da sombrero calcistico ahimè non c’è da tempo. Sei diventato vecchio Paul – ecco penso al ritratto di Dorian Gray – e sei invecchiato per salvarci: per non far invecchiare noi. Per non tradire le nostre, di “essenze”. Esiste un’apparente immortalità perché esiste la mortalità. “I” come immaginazione, ingresso volontario al sogno. Saresti morto senza invecchiare già nel ’66. Ma saremmo stati noi le vere vittime allora, saremmo sopravvissuti alla tua musica spegnendoci poco a poco. Come musica di Haydn. Al contrario, sei ancora lì e ci ricordi che sei stato giovane che lo siamo stati tutti e lo saremo ancora (noi uomini).

I morti ci appartengono meno dei vivi. Le virtù non sono di nostra proprietà: il “passaggio di stato” ci separa dalla realtà, unica cosa che conti. Con te morirà il Novecento, Paul (il nostro Novecento). «And in the end, the love you take is equal to the love you make», liquore offerto alla fine di “Abbey Road”. Ultimo vero album dei Beatles. Ecco, il tema dell’epitaffio è già pronto. Yeah!

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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