di Daniele Lo Porto

CATANIA – Scampata per un soffio la sfiducia (i numeri non traggano in inganno), il brigadiere Rosario Crocetta è tornato in servizio. L’andata a Canossa da Matteo Renzi ha restituito a Palazzo d’Orleans un presidente della Regione più che dimezzato, quasi commissariato dal Pd, il partito che lo ha fatto eleggere, ma che lui si ostina a non considerare il “suo”, ormai imbrigliato dai suoi scomodi  e pretenziosi alleati che sono riusciti ad ottenere quello che volevano, una legittimazione in termini di poltrone e sottogoverno che a breve si concretizzerà a cascata dopo l’assegnazione delle deleghe, ulteriore motivo di tensione interna.
Crocetta  per far quadrare i conti ha dovuto buttare a mare, senza particolari scrupoli, anche la sua fidata segretaria promossa assessore e con la quale ha rotto non solo il rapporto politico, ma anche quello umano. Non c’è di che scandalizzarsi, naturalmente. Ed è stato costretto a confermare la figlia dell’eroe, quasi un trofeo da mostrare con orgoglio e la rappresentante del suo vero partito di appartenenza, per dei legalisti-confindustriali . E siccome zucchero non guasta bevanda, ecco la riproposizione ormai stantia di una formula che garantisce solo immagine, ma non risultati: l’implacabile magistrato-assessore. Raffaele Lombardo ne aveva ben due, ma ciò non gli evitò di compromettersi con i mafiosi, almeno stando alle motivazioni della sentenza di primo grado. Ma, soprattutto, non gli consentì di dare efficienza e trasparenza alla macchina burocratica che era, ed è, inquinata dalle incrostazioni clientelari di sempre.
Crocetta, dicevamo, è tornato mazziato da Renzi.  Il gatto rampante che graffiava, poi trasformatosi in tigre feroce (secondo la sua auto descrizione, tipica di una sconsiderata valutazione di sé) si è, infine, rivelato un inoffensivo peluche  che ha dovuto bere per non affogare nella pozzanghera della sfiducia. Ma, subito dopo aver superato la paura del voto d’aula,  sottolineata con frasi che  stonano in bocca ad un rappresentante istituzionale, mentre sarebbero più consone ad un gocatore di briscola, Crocetta è tornato a rivestire i panni nei quali si trova più a suo agio: quello del brigadiere.
Per conquistare la ribalta della stampa nazionale, ecco il solito abusato, anche questo, repertorio della mafia: alcuni deputati sarebbero i referenti di Cosa Nostra. Affermazione che non ci sorprende e non ci scandalizza: nel recente passato alcuni ex deputati sono stati condannati per  queste amicizie inconfessabili, anche l’ex presidente della Regione. Nello Musumeci, che ha sfiorato la vittoria con la sua mozione di sfiducia caparbiamente portata avanti, s’indigna. Giustamente.
Se Crocetta sa fatti e circostanze dovrebbe informare il presidente della Commissione regionale antimafia, Musumeci, appunto, o la Procura di competenza. E’ stato fatto prima di gridare “al lupo, al lupo”? E, poi, consentiteci la curiosità, ma perché un presidente di Regione dovrebbe avere prove che non sarebbero, invece, in possesso della magistratura e degli organi investigativi?
Un considerazione politica. La scampata sfiducia ha rafforzato il governo Crocetta  che troverà, anzi ha già trovato, dei peones disposti a sostenerlo. Certe assenze dall’aula  non sono state casuali e possono essere ritenute giustificate solo da un ingenuo. Ci siamo ricordati, infatti, quando la sparuta rappresentanza parlamentare dei così detti autonomisti, nella precedente legislatura, architettava le più incredibili scuse per mancare al momento del voto, in talune circostanze:  chi si  barricava  in toilette e chi si confondeva sull’orario della convocazione.  Insomma, vecchia, vecchissima politica, anche se abbellita dagli slogan vuoti di significato del “rivoluzionario”.

 

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