Riceviamo e pubblichiamo

Finalmente dopo gli ultimi scandali siciliani anche la commissione Nazionale Antimafia incomincia a nutrire seri dubbi sull’attività antimafia che certe organizzazioni ed associazioni antiracket pongono in essere in Sicilia. Per amor del vero, certi sinistri segnali in passato si erano registrati in Calabria e in Campania. Infatti, la Corte dei Conti di Napoli sta indagando su un corposo trasferimento di fondi pubblici, oltre 13 milioni di euro del PON Sicurezza, a favore di un gruppo ristretto di associazioni antiracket in violazione di precise norme di legge. Se venissero provate le accuse, potremmo parlare di mercificazione dell’attività contro il pizzo, di carriere politiche, di merce di scambio per consulenze, etc…

È da molto tempo che sostengo che il mondo dell’antimafia è ricco di luci ma anche di tante ombre. Sono poche, infatti, le associazioni che operano in totale volontariato. Tante vengono costituite per lucrare sui contributi, fare qualche apparizione sui giornali e nelle scuole, richiedere in nome della legalità incarichi e consulenze per i propri dirigenti.

Altra cosa, invece, è il lavoro di chi si impegna gratuitamente e per senso civico a denunciare i malavitosi che ostacolano la libertà di impresa, accompagnando e sostenendo le vittime di estorsione ed usura presso le forze di polizia, nei tribunali durante i processi, nelle prefetture, costituendosi parte civile contro i criminali con rischio della propria incolumità fisica, rischio non sempre percepito da certe prefetture.
Questo, a mio avviso, è il modo corretto di impegnarsi sul fronte antimafia.
La nostra terra non ha bisogno di professionisti dell’antimafia che purtroppo abbondano ai vari livelli anche nelle organizzazioni datoriali, ma di cittadini che forti dei loro principi morali e delle loro idealità si pongono in contrasto per puro senso civico con il fenomeno mafioso che ostacola lo sviluppo socio-economico della nostra nazione.

La lotta alla mafia è un dovere di ogni cittadino onesto e non può essere delegata unicamente alla magistratura ed alle forze di polizia. A riguardo, finalmente, nelle scorse settimane il nuovo Presidente della Repubblica ha parlato di contrasto alle mafie ed alle diffuse illegalità. Da rilevare che negli anni, i vari governi succedutisi non hanno posto con fermezza nelle agende di governo la lotta alla criminalità organizzata. Non si spiegherebbero altrimenti i continui tagli di risorse alle Forze dell’Ordine e le leggi emanate che depenalizzando certi reati favoriscono oggettivamente chi delinque con danno per l’intera comunità.
In giro per l’Italia, però, vi sono tanti appariscenti personaggi che mai hanno denunciato alcun criminale. Essi in nome di una generica lotta alla mafia parolaia hanno costruito carriere politiche, fortune economiche e godono, purtroppo, di grande considerazione viaggiando superscortati in lungo ed in largo per la nostra penisola a nostre spese.

È giunto il momento di dire basta a questo imbroglio e che ognuno faccia la sua parte con grande correttezza a partire dalle autorità di governo, locali e nazionali.
È troppo forte il puzzo del compromesso morale, della complicità, dell’indifferenza di chi ha il dovere di controllare e non controlla, di chi deve vedere e non vede, di chi deve sentire e non sente.
Tutto ciò crea uno scenario torbido che genera superficialità nei giudizi, qualunquismo e sfiducia generalizzata.
Diceva Rocco Chinnici: “solo quando avvertiamo il bisogno imperioso di compiere il nostro dovere di cittadini si potrà dare un contributo per la lotta alla mafia ed essere solidali con chi è caduto”.

Claudio Risicato, imprenditore e presidente dell’associazione antiracket e antimafia “Rocco Chinnici”

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