Avevo promesso, e in sostanza ho mantenuto, di non parlare della tragedia greca fino a voto espresso. No, e no sia. Sfortunatamente i commenti sono stati sulle pagine Facebook cui accedo, la mia inclusa, doppiamente ideologici: a livello manifesto, poiché rigidamente divisi in “destra” e “sinistra”; a livello latente, perché comunque quasi tutti squilibrati sul piano esclusivamente economico.

La “destra” ha fatto in parte finta di essere per il no, ma ha considerato voto consapevole solo il sì. In tal modo ha espresso con chiarezza la sua tendenza alla conservazione a prescindere: forse il potere è mal attribuito, mal tenuto e mal gestito, ma il potere è pur sempre il potere. E’ insensata l’Unione Europea, perché in realtà non è nulla sul piano giuridico ed è solo un’accozzaglia di interessi economico-finanziari gestiti da una burocrazia centrale e da organizzazioni private a carattere finanziario? Bè, sì; ma il “sì” avrebbe assicurato l’ossequio al potere tel qu’il est, e insomma, chissenefrega della Grecia.

La “sinistra” ha sostenuto il “no”, in parte a prescindere, ma in parte per un motivo politico di cui si è accorta da pochissimo tempo, ma che è da quarant’anni ben chiaro agli europeisti liberalsocialisti che avrebbero voluto un’altra Europa: l’UE è partita dall’ultima fase, la moneta unica, invece che dall’istituzione – scusate il bisticcio – di istituzioni democratiche europee. La moneta unica con il cambio fisso e l’improvvisa dilatazione dell’UE a 27 hanno non solo creato problemi gestionali, ma hanno soprattutto accentuato l’aspetto conservatore, lobbistico e finanziario non di una confederazione di stati (che mai è stata istituita), ma di quello che infelicemente è stato definito un Club. Un “club”! e noi ci facciamo gestire e dirigere da un club, insufflato da una BCE che non è e non intende essere pagatore di ultima istanza, da un’associazione che è il FMI, da grandi squali della finanza che nel New World Order vedono la strada migliore per sé, che significa socializzare le perdite e privatizzare – anzi, personalizzare – i profitti?

Però queste cose la sinistra non le ha dette forte e chiaro, e si è nascosta dietro la nebbia degli approcci economico-finanziari e l’analisi delle statistiche economiche; tipo: non è vero che la Grecia lavora poco, e giù numeri; non è vero che il welfare costa troppo, e giù numeri. Laddove il problema è, ad esempio, che il welfare sociosanitario deve essere mantenuto per motivi – avrebbe detto Einaudi – di etica sociale. Voglio dire che anche la sinistra ha scelto un registro ragionativo che – invece che tendere alle altezze del condor – si è accontentato delle bassezze della quaglia.

Il “no” di Tsipras – irriso dalla maggioranza della “destra”, culturalmente esausta, e non appoggiato da tutta la sinistra – è una risposta politica, un richiamo alle coscienze, un tentativo di denunciare che l’equazione P = (E) va rovesciata: l’economia deve seguire, non determinare, la politica. Di questo trattava il referendum greco.

Ovvio che la Germania (e con essa l’Olanda e la Francia) – abilissima nel presentare come “europei” i propri interessi e nel sostenere le “istituzioni” (?) UE come garanzia per tutti – paventi che si vada a una democratizzazione dell’Europa, che rimetterebbe in discussione le regole – in parte stupide, in parte senza fondamento tecnico-scientifico, in parte favorevoli solo a una piccola parte del Club – su cui precariamente regge l’UE. Quindi, il problema non è– come alcuni vorrebbero – allentare i cordoni della borsa, fare “una politica industriale comune”, etc. etc. Si potrà arrivare  anche a un coordinamento della politica economica (ma allora anche fiscale, e del lavoro, e sociale, e dell’istruzione!), ma dovrà essere il compito di istituzioni politiche sovranazionali democraticamente scelte, non l’elargizione degli avanzi che cadono dal tavolo della finanza internazionale, mediati da una burocrazia soffocante.

D’altronde, non è un caso che si stia avvicinando l’analogo – e più drammaticamente anti UE – referendum austriaco. Insomma: la scommessa di Tsipras non è portare in Europa il socialismo, così temuto (ad esempio dai socialisti tedeschi…), ma costringere l’UE e i suoi governi arraffoni, incluso il nostro dimenticabile governo italiano, a darsi un assetto in cui le periferie si sentano rappresentate e non dominate. Andrà certamente male, sia chiaro. Ma non potranno dirci contro, tra tanti anni, che non ci avevamo provato.

A proposito dell'autore

Leonardo Cannavò è ordinario di Metodologia e tecnica della ricerca sociale nella Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione dell'università di Roma La Sapienza. E' membro del Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche (DISSE), ove coordina l'unità di ricerca MERSAV Metodi di ricerca sociale applicata e valutativa. Svolge attività di valutatore per la "Sapienza" e per altre università, nonché per progetti nazionali e internazionali. Dopo aver lavorato, nel triennio prima della laurea, come redattore per la politica internazionale della rivista socialista "Critica sociale" e dopo aver collaborato con altre testate quotidiane e culturali, nel 1973 si laurea in Filosofia, ad indirizzo Filosofia della scienza, nell'Università di Roma (poi "La Sapienza"), alla scuola di Vittorio Somenzi per la filosofia della scienza e di Gianni Statera per la ricerca sociale empirica. Dal 1979 fa ricerca in sociologia della scienza e della tecnologia. Dopo essersi formato in questa disciplina è stato il primo docente in Italia a tenere un corso ufficiale di Sociologia della scienza (1991-2000), trasformato dal 2000 in Sociologia della ricerca e dell'innovazione, sempre presso la Facoltà di Sociologia. Ha svolto attività di studio presso sedi europee (MSH Parigi; Wetenschapsdynamica UvA) e attività di ricerca, consulenza e direzione scientifica per enti pubblici e privati, sia in Italia che all'estero (Science Policy Support Group - UK), occupandosi di comunicazione scientifica pubblica, valutazione della produttività scientifica e management della R&D, politiche e mercato della ricerca e innovazione, analisi del rischio tecnologico-ambientale, indicatori strutturali e soggettivi, progettazione innovativa di scale di atteggiamento, valutazione della ricerca universitaria.

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