Un amico, sapendoci autore del volume Dove va il congiuntivo? (Utet 2013), ha voluto provocatoriamente girarci il pezzo Che io vadi di Umberto Eco, apparso il 12 marzo nella rubrica la «Bustina di Minerva» de «L’Espresso». L’illustre semiologo-romanziere ripropone una sua regola «per sapere quando si deve usare l’indicativo o il congiuntivo» nelle frasi dipendenti. La regola (astratta) sarebbe la seguente: l’indicativo è da usare con riferimento a qualcosa che per noi o per altri «esiste realmente nel mondo fuori di noi». Il congiuntivo invece per «qualcosa che esiste nei nostri pensieri, opinioni o credenze, sbagliati o giusti» che siano. Esemplificando, il verbo sapere «regge l’indicativo». Invece con verbi quali pensare, credere, sperare, temere – afferma categoricamente l’illustre semiologo-romanziere – «si deve usare il congiuntivo».

Tale approccio, va subito detto, si rivela, dinanzi agli usi reali dei parlanti, di tipo «logicistico» e prescrittivista, anziché «linguistico» e descrittivista.

Riprendiamo gli esempi di Eco (giocando quindi sul suo terreno). L’es. (1) Io so che Washingon è la capitale degli Usa è un esempio «normale», «regolare», impossibile e del tutto innaturale al congiuntivo (*Io so che W. sia la capitale degli Usa). Analogamente l’esempio (2) So che Watson era l’amico di Sherlock Holmes (impossibile dire: *So che Watson fosse l’amico di Sherlock Holmes). Nessuno, pur volendo, potrebbe sbagliare! In maniera analoga, l’esempio (3) Io so che la capitale dell’Australia è Sydney è linguisticamente ineccepibile, anche se referenzialmente o culturalmente «falso», la capitale in questione essendo in realtà Canberra. Nessuno direbbe comunque: *Io so che la capitale dell’Australia sia Sydney (o Canberra).

Con tutti gli altri esempi, cioè con credere, ritenere, sperare, ecc. il congiuntivo può invece alternare con l’indicativo, e quindi non è più dipendente dal significato del verbo reggente. L’approccio ech-iano apparentemente «logico» si rivela quindi «logicistico» e «prescrittivista». La differerenza indic./cong. in questi casi è in realtà solo stilistica: il congiuntivo è decisamente più «formale» o «elegante» dell’indicativo (informale o a volte popolare). Così in (4) Io credo che Sydney sia/è la capitale dell’Australia; (5) Credevo che Sydney fosse/era la capitale dell’Australia; (6) Credo che Watson fosse/era l’amico di Sherlock Holmes; (7) Io spero che la mia amata ritorni/ritorna; (8) Si ritiene indiscutibile che Watson sia davvero l’amico di Holmes. E analogamente (in Google): È indiscutibile che siano/sono bravi; È indiscutibile che sono/siano a carico del datore di lavoro.

Proviamo ad ampliare ulteriormente la esemplificazione. Quale sia la (presunta) differenza «logica» tra (9) Sebbene/benché piova, esco (col cong., formale) e (10) Anche se piove esco (con l’indic.) con l’oggettività, in entrambi le frasi, della pioggia e della mia uscita, non è proprio chiaro! Per non ricordare il gaddiano: «E sebbene mi pare che vogliano precipitar un po’ troppo le cose, son certo che tutto finirà presto». Ci sono parlanti che (11) Credono che Dio esista e altri che Credono che Dio esiste con la stessa ‘fede’ (vera o falsa che sia l’esistenza). Per non ricordare il dantesco Cred’io ch’ei credette ch’io credesse … E ancora in frasi come (12) Dispiace a tutti (il fatto) che sia morto così giovane, sono veri sia il dispiacere (all’indicativo) che (al congiuntivo) la morte. Per alcuni (13) (Il fatto) che Dio esista è una certezza; per altri invece (Il fatto) che Dio esista non è una certezza: dopo «la (non) certezza» tutto ha luogo al congiuntivo.

Il criterio logic(istic)o di Umberto Eco si rivela alla fine impotente dinanzi alle oscillazioni cong./indic., non risalenti ad alcuna differenza semantica, ma pure variazioni stilistiche. Così in casi come Non so se ha/abbia ragione; È il libro più bello che ho/abbia letto quest’anno; Sono proprio contento che viene/venga e Che venga, (ne) sono proprio contento, ecc.

Ancora una volta, le ragioni (del cuore) della Lingua non sembra che coincidono/coincidano con le ragioni della Logica (astratta).

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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