Proviamo a fare un po’ di futuribili.

Le nostre società sono progressivamente governate seguendo criteri economico-finanziari.

I politici, a cui è affidata costruzione del futuro, sono sempre più condizionati dalle pressioni di breve termine di chi detiene il potere economico.

Siamo passati da un governo ispirato agli ideali, agli interessi, all’economia, ad uno in cui l’economia e la finanza la fanno da padrone ed i politici ne sono troppo spesso una rappresentanza nelle istituzioni.

In questo contesto dove va la scienza?

Negli ultimi anni vi è stata una progressiva pressione per verificare quale fosse il “value for money” del mondo della scienza, della ricerca e dell’educazione. Il paradigma è quello della partita doppia: tanto mi dai, tanto ti do, assimilando la creatività, la cultura, ad una bottega che deve guardare ai costi e ai ricavi. Ma il mondo della cultura non funziona così. Il pensiero, la creatività, l’innovazione – la cultura in genere – seguono strade tortuose e imprevedibili, tant’è che nel passato i potenti hanno fatto ricorso al patronaggio e, successivamente, alle università è stato accordato uno statuto di libertà e di autonomia diverso da quello di altre istituzioni.

Oggi, anche a causa della riduzione delle risorse destinate in molti paesi europei dalla società alla ricerca ed all’educazione, le istituzioni di alta cultura sono entrate, sostanzialmente accettandolo, nel paradigma bottegaio. Il mondo dell’università si è sostanzialmente piegato a tale paradigma ed i rettori hanno assunto il ruolo di rappresentanti dei “committenti” tra i propri colleghi. E che ne sarà del contributo che la scienza e l’educazione superiore dà ed ha sempre dato alla società? Nella lotta per la sopravvivenza i docenti-ricercatori considerati “forti” sopravviveranno, mente quelli giudicati “deboli” soccomberanno. Si assisterà ad una concentrazione delle risorse in un ridotto numero di università e di centri di ricerca a cui verrà attribuita l’etichetta di eccellenti, e si chiuderanno le istituzioni meno qualitative. Sarà una replica del fenomeno dell’inequality a cui assistiamo relativamente alla distribuzione del reddito, ben espresso dall’”effetto Matteo” : «Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha».

Ma ciò assicurerà un vero miglioramento della capacità di produrre e diffondere nuove conoscenze? Probabilmente no. L’attuale corsa alla pubblicazione su riviste scientifiche con corollario di citazioni, necessaria nel paradigma del “publish or perish” per la sopravvivenza e per la carriera (a scapito dell’insegnamento) dei docenti e dei ricercatori, sta spingendo ad un atteggiamento conservatore alieno al rischio, per cui viene fortemente premiata la Kuhniana “scienza normale”. Di questo passo si arriverà ad un numero spropositato di pubblicazioni che non aggiungeranno niente di significativo allo stock di conoscenze ma che si riveleranno un indicatore ingannevole di produttività scientifica, le fonti del nuovo sapere si inaridiranno, i cittadini non vedranno più il “value for money” nella loro vita quotidiana e saranno sempre meno propensi a finanziare la ricerca pubblica. I politici, di conseguenza saranno sempre meno orientati a varare provvedimenti per sostenere la ricerca.

Per sventare questa previsione, che assomiglia ad un incubo, c’è urgente bisogno di politici visionari (ci si può accontentare anche di quelli intelligenti) che sappiano fare le scelte necessarie, contrastando la visione neo-consevatrice che sta portando il sistema scientifico alla rovina. A chi chiede dunque quale politica attuare, oggi, la risposta è duplice: conferire le necessarie risorse ad un sistema che è allo stremo e, rispetto al quadro organizzativo istituzionale dell’università e della ricerca “leave it alone”, i politici diano la linea ma poi lascino la scienza alle sue proprie regole che la governano da secoli.

A proposito dell'autore

Giorgio Sirilli è dirigente di ricerca presso l’Istituto di ricerca sull’impresa e lo sviluppo (CERIS) del CNR. Economista e statistico, si occupa di politica scientifica e tecnologica, economia del progresso tecnico, indicatori della scienza e della tecnologia, management dell’innovazione, risorse umane per la scienza e la tecnologia, dimensione territoriale dei processi innovativi, valutazione della ricerca. Ha svolto attività di ricerca allo SPRU, Università del Sussex, Regno Unito e all’OCSE, Parigi, ed ha insegnato in varie università italiane e straniere. E’ autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche, tra cui il libro Ricerca e sviluppo. Il futuro del nostro paese: numeri, sfide, politiche, Il Mulino, Bologna, 2005. Presidente del Gruppo di esperti nazionali sugli indicatori della scienza e della tecnologia dell’OCSE (1984-2002) e del Consiglio scientifico dell’ “Osservatorio sulla scienza, la tecnologia e le qualificazioni” del Ministero della ricerca e dell’educazione del Portogallo.

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