Chi ha studiato storia della filosofia, sa che Politica e Retorica sono titoli di due opere del filosofo forse più importante nella storia dell’Occidente, ovvero Aristotele. Chi fa politica, oggi, è sovente digiuno di studi filosofici, o al più ne conserva qualche vago ricordo se ha frequentato il Liceo. Questo non è un bene. La lettura di queste due opere aristoteliche, fra le altre, aiuterebbe infatti i politici nella comprensione della realtà, nella corretta trasmissione dei contenuti della stessa, e soprattutto nella valutazione di ciò che si dovrebbe fare per renderla migliore. In questo consiste il messaggio principale dell’umanesimo aristotelico. La conoscenza primaria, per Aristotele, riguardava in effetti l’uomo. Egli scrisse in merito, nella Politica, che solo conoscendo la natura dell’uomo si potrà conoscere – ed eventualmente realizzare – la costituzione migliore; senza tale conoscenza, non vi si riuscirà.

La questione del sapere, della verità, del bene, è purtroppo lontana dalla attuale classe politica, la quale pare molto più interessata alle questioni particolari che alle tematiche generali – le quali pure costituiscono il terreno necessario di riferimento per risolvere poi le questioni particolari –. La politica sembra oramai occuparsi solo della amministrazione dell’esistente, per di più condotta, anche quando si rimane nel campo del lecito, a vantaggio esclusivo della propria parte. Nonostante molte ipocrite affermazioni, la ricerca del bene comune, sia sul piano teoretico che su quello pratico, non rientra minimamente negli interessi dei politici, i quali sono espressione delle forze dominanti della attuale totalità sociale, al cui fine (la massimizzazione del profitto) devono essere funzionali.

I sintomi di questa situazione si percepiscono nelle modalità con cui viene affrontato il dibattito pubblico. Anche le giovani generazioni di parlamentari che oggi vediamo all’opera, infatti, sono sempre aprioristicamente schierate, con scarso spirito critico, in favore di tutte le posizioni sostenute dal loro leader. Quando anche capita che costui sia colto in castagna – dai giornalisti o dalla opinione pubblica – con alcuni provvedimenti in favore di evasori fiscali o potentati economici, ci si affretta a dire che le cose non sono come sembrano, che lo spirito di fondo di quel determinato atto era differente, o, quando non sono proprio possibili le giustificazioni di cui sopra, che è semplicemente stato un errore compiuto non si sa da chi, ma sicuramente in buona fede! I politici, anche se rappresentano parti di una società frantumata e conflittuale, non possono infatti ammettere pubblicamente di perseguire interessi particolari, ma devono anzi sbandierare (tanto più quanto meno lo fanno) che la loro opera è unicamente rivolta all’interesse generale. In questo senso la lettura di Aristotele, ma anche di Platone, sarebbe quanto di più salutare; non tanto a questa classe politica che, benché relativamente giovane, appare già molto segnata, quanto alle tante persone che, con entusiasmo ed idealità, stanno iniziando a comprendere l’importanza della politica, unica via per la realizzazione, appunto, del bene comune.

Platone nel Fedro, come Aristotele nella Retorica, lamentavano già ai loro tempi che spesso i politici non erano interessati alla verità ed al bene, ma solo a persuadere il pubblico delle proprie opinioni, col fine di prevalere nel dibattito pubblico ed acquisire consensi (costoro, scrive Platone, possono anche arrivare a “fare l’elogio del male come se fosse un bene”). Come noto, Aristotele iniziò i propri corsi di retorica in Accademia proprio criticando la posizione sofistica di Isocrate, il quale affidava l’argomentazione politica soprattutto all’accarezzamento della opinione pubblica, alla irrazionalità dei sentimenti, alla falsa coerenza di argomenti in realtà privi di contenuto concreto. Questa era, per lo Stagirita, la peggiore retorica che si poteva praticare. La retorica è infatti un’arte che può avere utilità solo se intesa come ricerca della più efficace argomentazione del vero, non se intesa come ricerca del consenso da ottenere con qualsiasi mezzo. Come scrisse Aristotele appunto nella Retorica, essa è uno strumento, come una spada, che può essere utilizzata bene o male secondo la capacità – ma soprattutto il fine – di chi la utilizza. Interessante è peraltro che, sempre nella Retorica, Aristotele pose questa cattiva arte sul conto di un eccessivo amore per il denaro, ossia sul conto di fini propri e particolari, antitetici appunto ai fini comuni ed universali tipici della filosofia.

La retorica insomma, intesa come arte di persuadere indipendentemente dalla verità, era per Aristotele la prova di una assoluta mancanza di educazione filosofica, in quanto la filosofia educa all’universale ed al vero, non al particolare ed al falso. L’educazione filosofica era per gli antichi Greci molto importante per il politico. La formazione del politico non poteva infatti a loro avviso basarsi esclusivamente sulla prassi (sulla esperienza), bensì doveva basarsi anche sulla teoria, la quale logicamente precede la prassi. Si può fare bene qualcosa, in effetti, solo se la si conosce bene, in astratto ed in concreto. Come scrisse del resto anche Platone nel Gorgia, il compito del politico che ha a cuore il bene dello Stato non può essere il mero arricchimento materiale dello stesso, ma il suo arricchimento spirituale. Un messaggio, questo, oggi non molto di moda, ma, in quanto vero, eterno, e pertanto sempre attuale.

A proposito dell'autore

Luca Grecchi insegna Storia della filosofia alla Università degli studi di Milano Bicocca. E’ direttore della rivista di filosofia Koinè, ed autore di una trentina di volumi principalmente sulla antica filosofia greca. Fra i suoi libri principali Conoscenza della felicità (Petite Plaisance, 2005) ed A partire dai filosofi antichi (Il Prato, 2009, con Enrico Berti).

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