Come il pensiero antico poneva al centro la comunità, il pensiero moderno pone al centro l’individuo. Porre al centro la comunità significava, per il pensiero antico, porre al centro ciò che è comune; e ciò che è comune agli uomini è la loro natura di uomini. Porre al centro l’individuo significa invece porre al centro ciò che è differente; e ciò che è differente tra gli uomini è la loro particolarità individuale. Antichità e modernità esprimono dunque, sull’uomo, due visioni contrastanti: la prima ritiene centrale ciò che accomuna, la seconda ciò che differenzia. Queste due diverse visioni non nascono a caso, ma sono l’esito di diverse modalità economico-sociali: tendenzialmente comunitarie, appunto, per il mondo antico; sostanzialmente individualistiche, invece, per il mondo moderno.

Gli uomini del nostro tempo, come detto, tendono a ritenere centrale l’individuo. Nei film, nei libri, perfino nel senso comune, si sentono spesso elogiare le persone, soprattutto i ragazzi, in quanto “ciascuno è speciale”, ovvero caratterizzato da proprie peculiarità, inclinazioni, desideri. Corollario della tesi per cui “ciascuno è speciale”, è che ciascuno deve cercare sempre di “essere se stesso”, ossia di conformarsi alla propria individualità, quale che essa sia. Tale discorso, per quanto apparentemente di buon senso, è in realtà, sul piano filosofico – senza le opportune precisazioni –, piuttosto povero.

Per evitare di essere frainteso dalle tante persone che in buona fede propongono ai giovani queste parole, chiarisco subito che comprendo l’utilità che le stesse possono avere quando, ad esempio, si tratta di evitare che le differenze producano sofferenza. Tuttavia, sul piano filosofico, ciò che rende una persona “speciale”, ossia bella, desiderabile, degna di lode, non è il suo essere differente dalle altre – anche le amebe, le mele, le rose sono fra loro tutte differenti –, bensì il suo essere una persona compiutamente realizzata, che sviluppa cioè la propria umanità in maniera conforme alla natura razionale e morale che caratterizza l’essenza di ogni uomo. Oggi, tuttavia, l’elogio delle differenze è divenuto così rilevante nel senso comune filosofico, che può essere utile un richiamo al pensiero antico, ed in particolare a Platone.

L’antico filosofo infatti, come noto, attribuiva una grande rilevanza all’insegnamento del proprio maestro Socrate, il cui messaggio centrale era il motto delfico “conosci te stesso”. Questo motto, sovente oggi interpretato come “conosci la tua anima individuale”, era invece pensato dagli antichi Greci principalmente come “conosci la tua natura universale di uomo”. Per potersi, infatti, conoscere come enti individuali, ovvero come enti particolari differenti da tutti gli altri enti della stessa specie, occorre prima conoscersi come enti generali, identici a tutti gli altri enti della stessa specie. Occorre cioè conoscere in cosa consiste la nostra universale umanità, per poter poi capire in cosa consiste la nostra specifica umanità, ossia la nostra anima. Conoscerla, se necessario, anche per cambiarla.

Solo, infatti, se si ritiene che “ciascuno è speciale” a prescindere si può pensare che ognuno va già bene così, e che dunque debba limitarsi ad “essere se stesso”, ossia a fare ciò che gli va di fare, bene o male che sia. E’ evidente però che la tesi per cui “ciascuno è speciale” – che potremmo riscrivere come “ciascuno è una persona compiutamente realizzata” – non è vera, in quanto molte persone non sono tali. Se ne deduce, per Platone, che solo l’uomo che realmente conosce la vera umanità, e che per conseguenza può conoscere se stesso in quanto uomo, può anche essere dotato di una volontà buona, e dunque verosimilmente agirà bene, ossia agirà per il bene, proprio ed altrui. Se l’uomo invece non conosce la vera umanità, e dunque non conosce la propria umanità, la sua volontà non sarà nemmeno tale, e per conseguenza sarebbe meglio che egli non facesse quello che vuole, ma che fosse prima educato alla conoscenza ed al controllo delle passioni. Chi, infatti, agisce senza conoscere il vero ed il bene, pur credendo di voler realizzare il bene, subendo in maniera inconsapevole l’influenza delle modalità sociali, potrebbe in realtà realizzare il male; ciò è peraltro oggi molto probabile, a causa appunto delle cattive modalità sociali entro cui si svolge la vita.

Sono consapevole che un discorso del genere può essere accusato di porsi contro la libertà, valore principale del nostro tempo, il quale vive spesso sotto la sciocca insegna del “vietato vietare”. Tuttavia, come disse anche Platone, una “libertà” priva di conoscenza non è vera libertà, bensì arbitrio. Solo chi conosce con verità ciò che è bene o male, e dunque ciò che è necessario fare od evitare, è realmente libero.

I genitori oggi tendono ad accontentare sempre i figli, quasi più timorosi di rattristarli che desiderosi di educarli. Questo non accade per colpa, ma per il semplice fatto che sono state smarrite, dalle modalità sociali del nostro tempo,  le corrette coordinate educative. Proprio per riscoprire questi contenuti il messaggio filosofico degli antichi, ed in particolare quello di Platone ed Aristotele, risulta essere, ancora oggi, di grande rilevanza.

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