Marco Iacona –

«Non c’è scontro di civiltà ma c’è uno scontro dentro la nostra civiltà. L’Isis l’abbiamo fatto noi!». Non ha peli sulla lingua Fabio Mini, generale Nato, saggista (“Eroi della guerra”, “I guardiani del potere”, “Soldati”, “Mediterraneo in guerra”), collaboratore di “Limes”, “l’Espresso”, “il Piccolo” e “Repubblica”.
Mini e il giornalista Antonio Mazzeo (autore di un noto libro sul Muos) sono stati invitati martedì pomeriggio a parlare alla conferenza-dibattito “Che guerra fa?” organizzata dal circolo “Communitas” presso Palazzo della cultura. Due ore piene piene occupate dalle relazioni di Mini e Mazzeo con pochi interventi di Mario Forgione animatore di “Communitas”. L’esito finale è sconfortante: viviamo all’interno di un intricato gioco di guerre senza fine; guerre che non scoppiano col clamore di una volta e che non si concludono mai. Questo il nostro destino: altro che fine della storia.
Dopo la relazione di Mazzeo che presenta uno scenario di “guerra globale permanente”: «Non c’è area del pianeta» dice, «in cui non sia in atto una guerra guerreggiata o un processo di riarmo che prefigura un conflitto devastante», Mini esordisce con un paradosso che, da ottimo oratore, trasforma in “sondaggio”. Possiamo provare a pensare che tutto ciò che si chiama guerra, con una serie lunghissima di paesi coinvolti (da quelli del corno d’Africa all’Ucraina, dalla Corea alle Filippine, dalla Russia al Vietnam) in realtà sia solo politica di “sicurezza”, individuale o nazionale. Ma è «l’operazione che compie chi vuole la guerra». Insomma è solo un gioco di parole. Dopo la fine della seconda guerra mondiale all’interno del Consiglio di sicurezza dell’Onu si trovano cinque membri permanenti, cioè le nazioni uscite vincitrici dalla guerra. Queste nazioni che dovrebbero gestire la pace in realtà gestiscono la guerra.
Il problema non sta nel discutere dell’esistenza o meno della guerra – né ovviamente delle guerre, al plurale – ma nel capire di che tipo di guerra si tratti: «che tipo di guerra è?». Papa Francesco ha detto che si tratta della terza guerra mondiale, è ingenuo anche se illuminato nella «sostanza». Non importa, continua Mini che la guerra sia la terza, la quarta o il prolungamento della seconda. Il papa dice anche che si tratta di una guerra a «episodi» ma non vede la «guerra globale». Francesco invece ha individuato la natura della guerra: essa non finisce mai e non ha né vincitori né vinti. Ci si potrà liberare da essa solo fermando la politica (e il modo con la quale essa “racconta” se stessa), tenendo ben presente però che «gli stati non sono più attori internazionali».
Dopo un po’ l’arcano si scioglie, Mini comincia a spaziare a “tutto campo”. Dice: la guerra oggi è formata da due guerre globali. La prima serve a individuare il nuovo ordine mondiale, ha scritto su “Limes”: «…si cerca di determinare chi comanda e chi obbedisce, chi sta con chi e come intende partecipare». La seconda è una guerra privata tra chi vuole accaparrarsi le risorse. E quest’ultima sta prevalendo sulla prima: «guerra degli interessi particolari, delle speculazioni, dei poteri criminali e anti-istituzionali».
Nella prima guerra «ci si può infilare di tutto». Nel Pacifico si trova l’asse del nuovo ordine mondiale con tre attori: Usa, Russia e Cina attualmente in stallo. In questo contesto si collocano attività militari “modernissime” e la guerra robotica fatta dai droni. La questione del Muos che sta a cuore ai siciliani si colloca proprio in quest’ambito.
Su entrambe le questioni – intrecciate – Mazzeo aveva detto la sua disegnando scenari da incubo. La Sicilia (con Trapani, Lampedusa e Pantelleria) è oramai laboratorio e centro militarizzato, la popolazione non ne è affatto consapevole. Il Muos non è mero strumento di difesa, ma serve a garantire posizioni geo-strategiche. Esso si inserisce nella grande “battaglia” per il clima. Il controllo del clima diventerà la risposta ai nuovi conflitti. Dal canto loro i droni rappresentano i mezzi per la guerra del futuro. Dal 2017 la base di Sigonella diventerà la capitale mondiale del controllo ambientale. Ci sarà la “dronizzazione” delle guerre a nel 2048 infine tutte le organizzazioni verranno racchiuse e comandate da un’intelligenza artificiale.
Nella seconda guerra, continua Mini, in gioco ci sono interessi di corporazioni di privati. Polo nord e Polo sud sono luoghi di giacenza di enormi risorse. Lì si giocano il futuro le grandi compagnie marittime che con lo scongelamento dei ghiacciai abbrevieranno di quasi la metà le rotte. Le compagnie dovranno ricalibrare i loro sforzi e con esse le società di assicurazione, di nolo, eccetera. una catena. Le sedi di queste sono a Londra, Shangai e Hong Kong. Anche i flussi migratori sono parte di questa seconda guerra.
Le «guerre non scoppiano più», insiste Mini. Ed è un pericolo. Prima iniziavano e finivano. Oggi sono sotterranee, «non scoppiano» ma fanno più danni.
Altra questione sollevata dal vulcanico generale che chiama in causa “tecniche” psicologiche e comunicative è quella delle «rappresentazioni della guerra». Retorica e falsità al primo posto. Si tratta di manifestazioni organizzate per «rassicurare o impaurire». L’incertezza è un modo per incrementare la paura, la certezza invece rassicura. La paura, continua, «fa aprire le borse». Tutti i conflitti sono rappresentazioni, in questo modo si individuano attori e comparse che però sono destinate a scambiarsi i ruoli. Le seconde, delle volte veri propri aghi della bilancia, diventano più pericolose dei primi. Come nel caso dell’Isis. Non si tratta naturalmente di questioni che nella loro sostanza illuminano alcunché di nuovo. Mini arricchisce di contenuti, con argomenti che ovviamente padroneggia, il significante “potere”. Il potere ha armi e possibilità diverse secondo i tempi.
Hillary Clinton ha dichiarato che l’Isis gli è «sfuggita di mano». Gli americani o la controllavano o addirittura l’hanno creata. Il problema principale era al-Asad e gli Usa hanno voluto dare forza all’opposizione con un esercito alimentato da gruppi islamici, jihadisti e fondamentalisti sunniti. Gli Stati Uniti volevano creare un gruppo di combattenti ma hanno messo insieme «un gruppo di delinquenti». Che questi gruppi combattano contro la «civiltà occidentale» è una terribile «bufala». Non c’è scontro di civiltà, bensì di interessi e di «ideologie», tirate fuori all’occorrenza.
Infine anche il problema dell’immigrazione, spauracchio dei nostri giorni, si inserisce nelle questioni per così dire nate da «interessi». L’immigrazione come fenomeno dei giorni nostri, dice Mini, era già stata prevista negli anni Ottanta. Oggi però i migranti non vogliono tornare indietro – nei luoghi natii – come si faceva una volta. Si candidano invece a una nuova schiavitù in Europa, schiavitù ovviamente illegale. Si fugge dai regimi grazie a una serie di stati canaglia. Sarebbe bene, in primo luogo, individuarli e sanzionarli internazionalmente, Non si può fermare chi fugge nella tratta di mare, conclude il generale: è contro il diritto. Quella dei flussi migratori altro non è se non vicenda relativa a «interessi privati».

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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