V’è una sottile e spesso invisibile dialettica che regge il discorso e il gesto, l’interiorità e la sua oggettivazione esterna, che viene a spezzarsi quando una delle due parti prende il sopravvento sull’altra. Ciò accade, ad es, quanto prevale la retorica dell’uomo “forte”, virile: colui che tiene entro di sé i propri sentimenti, che ricaccia in gola la commozione, reprime le emozioni, inscrive nelle azioni i propri affetti e rifugge il ritualismo e i fronzoli. Tutto concretezza, essenzialità, efficienza ed efficacia, mira dritto allo scopo; devono essere gli altri a capirlo, a carpirne i segreti moti dell’animo, nell’assenza di una chiara manifestazione visibile.

Ma può anche prevalere l’opposta retorica, quella dei buoni sentimenti, della voce mielata di certi prelati, dei gesti affettuosi, della carezza lieve, della parola di conforto che riesce a lenire per un po’ la pena di chi soffre; ma una retorica che spesso si racchiude solo nel gesto arruolato ad una sorta di ritualità stabilizzata e burocratizzata e così stenta a tradursi in autentica partecipazione, in un senso di adesione interiore.

Così come nel primo caso si può a volte alleviare la miseria materiale, ma lasciare il cuore freddo, diventando appagante solo per i più bassi bisogni umani, così nel secondo caso si corre il rischio di fornire un sollievo illusorio, un balsamo momentaneo, lasciando tuttavia che la ferita purulenta della sofferenza resti aperta, senza che possa rimarginarsi né smettere di sanguinare.

E come l’azione è vana se non si accompagna alla capacità di condividere, alla parola che risana il cuore e non solo il corpo, allo stesso modo il mero compatire che si esercita nella pura consolazione verbale non cura se non si trasforma in pratica operosa. L’uomo “forte” non è tale perché mostra la sua corazza di insensibilità, ma perché sa esporre i propri sentimenti senza avere la paura del sorriso condiscendente, di farsi vedere debole, di essere vulnerabile nella condivisione di un comune destino. Parimenti l’azione rivolta all’universale, all’umanità in quanto tale, deve accompagnarsi anche alla cura del particolare, della singola umanità della persona; agli interessi generali dell’uomo deve essere associata la cura per il prossimo, di chi ci è vicino, che non si può non notare volgendosi dall’altra parte. Ed il sentimento, il “cuore” è nulla se non si oggettiva in qualche pratica, in un modo istituzionale e concreto di manifestarsi, in qualcosa di tangibile, allo stesso modo in cui un musicista non è veramente tale se non produce una sinfonia o un poeta non è autentico se non scrive poesie.

La vera umanità consiste in questa capacità di tenere insieme e in costante dialettica la secchezza e l’efficacia dell’azione e il calore e la “inutilità” del sentire; la freddezza della ragione e il calore del cuore. E così ciascun uomo ha bisogno non solo di interiorità e sentimento, ma anche di una loro estrinsecazione in simboli, gesti, riti che diano concreta visibilità in istituzioni e comportamenti tangibili a ciò che altrimenti resterebbe un sentimento da anime belle.

A proposito dell'autore

Docente di Filosofia

Professore ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Catania. È stato direttore del Dipartimento di Processi Formativi dal 2006 al 2010 e coordinatore del Dottorato di Ricerca in “Scienze umane” del Dipartimento di Processi Formativi, in cooperazione con la Mississippi State University e la University of Nevada, Reno. Attualmente è Presidente della Società Filosofica Italiana. Ha recentemente pubblicato Maledetta università. Fantasie e realtà sul sistema della ricerca in Italia (Di Girolamo 2011), che è anche il frutto di una ricerca europea sulla società della conoscenza.

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