Nell’omelia del 31 dicembre 2014 del Papa in occasione della celebrazione dei Vespri e del Te Deum, non è sfuggita né agli astanti né agli attenti commentatori (per es. M. A. Calabrò, G. Del Guercio, Jorge Milla, ecc.) o successivi lettori del “Testo originale: Italiano” (così assicura la LEV), la presenza di due neologismi: “mafiarsi” e “nostalgiare“.

Liberiamo subito il campo da ogni equivoco. Tale uso non è “errato” e dovuto all’insufficiente competenza linguistica del Papa in quanto italofono non-nativo. I due neologismi si spiegano invece riconoscendo una competenza del parlante che applica creativamente regole della lingua italiana, arricchendola lessicalmente.

Tale uso non è innanzi tutto “errato” perché comunicativamente trasparente e strategicamente preparato. Il verbo “nostalgiare” è prima anticipato dalla parafrasi “provare nostalgia“. Infatti si legge:

gli israeliti […] erano stati, ‘sì’, liberati ‘materialmente’ dalla schiavitù, ma durante la marcia nel deserto con le varie difficoltà e con la fame cominciarono allora a provare nostalgia per l’Egitto e ricordavano quando ‘mangiavano … cipolle e aglio’ (cfr Nm 11, 5); ma si dimenticavano però che ne mangiavano al tavolo della schiavitù.

E poi alla fine il Pontefice conclude virgolettando il neologismo “nostalgiare“:

ci farà bene domandare la grazia di poter camminare in libertà per […] poter difenderci dalla nostalgia della schiavitù, difenderci dal non ‘nostalgiare’ la schiavitù.

Come spiegare la presenza di tale verbo, finora assente, nella lingua italiana? Il verbo esiste invero in spagnolo: nostalgiar, denominale da “nostalgia“, come tanti altri. E l’ispanofono nativo ha potuto così facilmente trasferirlo in italiano, strutturalmente analogo al riguardo allo spagnolo, riempiendo una lacuna lessicale dell’italiano. L’aspetto un po’ paradossale al riguardo è che lo spagnolo “nostalgiar” è assente nella lessicografia monolingue, tendenzialmente selettiva, a partire dall’ultima edizione del “Diccionario de la Real Academia” (2014), ma anche nella lessicografia maggiore, per es. nella Moliner (1956), nel “Gran diccionario de uso del español actual” (2001), nel “Diccionario del español actual” di Seco-Andrés-Ramos (2 voll. 2011), ecc. E conseguentemente nei dizionari bilingui spagnolo-italiano-spagnolo (per es. quello della Zanichelli 2012, il Tam della Hoepli III ed., il Garzanti 2009).

Google libri consente tuttavia di documentare la voce in spagnolo all’inizio del ‘900, e con una certa vitalità. Solo qualche esempio. Uno del 1906: “nostalgiar, […] el infantilismo y la locura”. Uno del 1907: “nostalgiar la patria”. E uno del 1977: “nostalgiar el pasado”.

Da “nostalgia” deriva anche l’italiano “nostalgizzare” (1985) e lo spagnolo “Nostalgizar” (“sus sonrisas” 1972, “su ideología” 1986, “su adolescencia” 1992, “tus ilusiones” 1993): tutti in Google. Da cui la “nostalgización” del messicano Gabriel García Márquez in Cien años de soledad (1967), reso nella traduzione italiana di Enrico Cicogna Cent’anni di solitudine (1968) con “nostalgizzazione“.

Quanto al pronominale-riflessivo mafiarsi, oltre la trasparenza della base, il contesto dell’omelia è inequivoco:

quando una società ignora i poveri, li perseguita, li criminalizza, li costringe a ‘mafiarsi’, quella società si impoverisce fino alla miseria, perde la libertà e preferisce “l’aglio e le cipolle” della schiavitù, della schiavitù del suo egoismo, della schiavitù della sua pusillanimità e quella società cessa di essere cristiana.

Il carattere neologico di mafiarsi, è invece duplice. Sia in spagnolo (assente anche in Google) che in italiano. In sic. mafiàrisi significa invece ‘mostrarsi arrogante e spavaldo’. E in italiano, infine, è documentato fin dal 1990 il denominale mafiare come verbo intransitivo ‘comportarsi da mafioso’.

Ma la storia di mafia e della sua diffusione, non solo linguistica, dalla Sicilia al Continente, alla Capitale, e nel mondo è ancora lungi dall’essere una storia del passato.

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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