Poco più di 300.000 abitanti, sfioranti il milione nella lettura di Catania e provincia come unica città metropolitana, abitano un centro articolato in piccole e confuse vie che sfocia in degli archi, una volta argini del mar Ionio, che irradiano dalla piazza principale in cui capeggia un enorme elefante e un reticolo di strade che mirano o all’Etna o alle due diverse spiagge della città.

C’è il mare, c’è il vulcano, c’è confusione: una confusione immensa. Più gabbiani che colombe, e spesso fuori stagione: caldo, talvolta caldissimo, la zona della playa sembra un immenso villaggio turistico. Si ruba, e tanto: anzi tantissimo, ma lo si fa per necessità. Persone col casco sul motorino sono una rarità, lo stesso vale per le cinture di sicurezza, eppure vale anche per il broncio: Catania sorride. Sorride sempre.

A fare da uncino al centro barocco una serie di quartieri civetta corda tesa tra piccola borghesia e delinquenza armata. Nelle notti d’estate, con un po’ di fortuna, la città gode dell’illuminazione naturale del vulcano: le fontane di lava sono per i catanesi come la neve per i valdostani. I quartieri, che appunto sono un uncino, osservano in silenzio vite altrettanto silenziose: Catania è un insieme di storie bellissime.

La città è la trasposizione urbana del cervello: moduli, circuiti periferici, snodi centrali, localizzazione parziale di funzioni equivalgono a quartieri, piazze, vita notturna o sperimentazione architettonica. Il “modello Milano”, che in Italia è di sicuro il più funzionante tra i modelli di innovazione urbanistica degli ultimi dieci anni, rischia di rendere inadeguate tutte le altre città: la recente classifica delle città più “smart”, in tal senso, è un’ulteriore conferma di questo ragionamento.

Se ci sono città che, maldestramente purtroppo, tentano di inseguire quel modello (Torino è forse l’esempio più lampante di quanto sia sbagliato imitare Milano senza la costruzione di una identità propria), ve ne sono altre di cui semplicemente ci siamo dimenticati; anche in questo caso, purtroppo, a cultura tipicamente nordista del nostro paese rischia di cancellare completamente il modello di città meridionale. Un modello di città che, se ben osservato, può invertire completamente la tendenza degli osservatori urbani contemporanei.

Il paragone tra Milano e Catania inizia negli anni ’70 quando il capoluogo etneo, forte di un inaspettato ma efficace boom industriale, venne soprannominata la “la Milano del sud”. In uno scenario statistico che mostra uno spopolamento fuori norma del meridione di Italia Catania, timidamente, diventa un affresco di novità e innovazione che non possono che essere osservate con interesse.

Vorrei partire da un quartiere, San Berillo, che della città è il cuore pulsante: ex-distretto delinquenziale oggi, con un’opera di ricostituzione dal basso, comincia a raccontare la visione complessiva di una trasformazione generale: spazi d’arte, orti urbani, sito di documentari sulla prostituzione come fenomeno incarnato di una città antica e troppo spesso brutale …

Sono cresciuto in questa città e no, non ha sempre avuto la trasformazione nel suo genoma: negli ultimi dieci anni, che ho trascorso tra Milano, Torino, e altrove, questo spazio si è tuttavia modificato ad altissima velocità. I vecchi silos della zona del porto sono pieni di murales d’artista, la vecchia via Santa Filomena (che una volta era una buia stradina retro di un cinema di via Etnea) è oggi un laboratorio gastronomico e imprenditoriale a cielo aperto, la metropolitana sbuca ovunque e si mischia all’antica filoviaria, piccole librerie (come la Vicolo Stretto) diventano istituzioni culturali e organizzano festival prima impensabili, e nuovi locali (come l’Ostello degli Elefanti) consentono degustazioni e dibattiti con viste mozzafiato sul barocco della città.

Pur figlia di una situazione complessa, in cui è spesso impossibile distinguere malavita e struttura borghese e amministrativa (si pensi a La Catania bene, Mondadori 2015), Catania lotta armata di un altissimo tasso di giovani che non la abbandonano e che tentano di fare impresa, innovazione e industria di varia natura. Il nordismo degli osservatori da cui sono partito rende Catania un modello ancora sconosciuto in cui, tuttavia, si è capito l’inghippo: non possono essere utilizzate categorie e criteri per giudicare Milano per compiere la trasformazione, bisogna fare del genius loci la pianta organica della rivoluzione delle città del sud.

Città barocca e stratificata, soprattutto dalle ripetute eruzioni che rendono la un’alternanza di strati greci e romani, Catania è in questo momento un laboratorio totale che fatica a trovare grandi investimenti perché troppo spesso è dal basso, e soltanto dal basso, che questo laboratorio muove i suoi passi.

Ci sono i cinema all’aperto con programmazioni di pregio, la nascita di nuovi musei come la gemmazione di quello egizio di Torino, il progetto in crescita di un padiglione di arte contemporanea, un Teatro Stabile che eppur abbandonato dalle istituzioni ha una programmazione maestosa, e non si può non denunciare dunque una mancanza di politiche intelligenti che aiutino il cambiamento: penso alla possibilità di un grande salone del libro che sovverta e superi la dicotomia Milano/Torino (il festival delle letterature migranti e di confine), un festival delle architetture contemporanee del sud (a Catania e Palermo, tra Gregotti e Kenzo Tange hanno sperimentato e fallito in molti, ma perché?), un evento sulla biodiversità dei mari, il tentativo di costruire un grande Politecnico del sud che colmi una grave mancanza.

Il modello Catania è un modello-cultura, nel paradosso di una città in cui le periferie spesso hanno l’analfabetismo di ritorno come protagonista, che è ancora tutto da scoprire e cercare. Ma è anche un modello di nuova impresa, di cui teatro è la zona industriale che presenta moltissimi imprenditori under 35 al comando, ma anche un modello di integrazione: città gay friendly, con il più alto numero di ristoranti vegani e vegetariani, sfata anche il falso mito di un sud intollerante e insolente.

La questione meridionale si risolve nel momento in cui la si smette di denunciare un problema e si inizia ad agire concretamente sulle risorse di un luogo, oltre gli interessi di una classe dirigente che fortunatamente volge all’imbrunire: Catania, con la sua intraprendenza che ha riconvertito dogane abbandonate in centri culturali e sedi universitarie (come il Monastero dei Benedettini) in teatri a cielo aperto per tutti, può essere la prima delle nuove grandi metropoli del sud.

Perché ciò accada bisogna innanzitutto accendere i riflettori su questo spazio urbanizzato della Sicilia orientale, sulle sue possibilità di mega città che si estenda con collegamenti decenti fino a Siracusa, e che consenta insieme a Palermo una ripartenza di quella che nell’immaginario collettivo Europeo e mondiale è l’Italia: l’Italia dei mari, dei climi miti, dell’entusiasmo e delle possibilità.

Catania in questo momento è la città delle grandi mostre (al Castello Ursino negli ultimi due anni, grazie anche a una amministrazione intelligente ne sono passate moltissime), della vita notturna, delle eccellenze dell’Unesco naturali e architettoniche. Eppure la maggior parte dei ragazzi italiani non la conosce, la visita pensando di trovare l’archetipo di uno stereotipo del sud e vi trova un angolo di futuro abbracciato dal mare: che il meridione si riprenda ciò che gli appartiene guidando le rotte e osando dove si fermano gli altri. Il modello Catania è il modello del mezzogiorno.

Da: www.huffingtonpost.it


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