di Francesca M. Lo Faro

A cento anni dalla Grande guerra si moltiplicano le iniziative per le commemorazioni. Il maggiore impulso a una riflessione collettiva su quell’evento è venuto dal Ministero dell’Interno, che ha invitato le prefetture a tessere una rete di approfondimenti con dibattiti, mostre, proiezioni. In Puglia, Trani ha risposto sollecitamente all’appello, con un progetto dal titolo Nie wieder Krieg (Mai più guerra), ispirato al manifesto dell’artista tedesca Käthe Kollwitz, vera e propria icona del movimento pacifista. Il progetto tranese, ideato da Lucia Rosa Pastore per Palazzo Beltrani, ha un orizzonte interregionale, con ramificazioni che implicano anche la Sicilia, dove è in corso una ricerca, di carattere storico-artistico, sui più rilevanti Monumenti ai caduti della Prima guerra mondiale presenti nell’isola. Imperniato sugli studi di “architettura della memoria”, il progetto Nie wieder Krieg è stato uno spunto per accrescere con nuove informazioni quanto già si conosceva attraverso i saggi pubblicati da Paola Barbera e Maria Giuffré. In particolare, è emersa la figura di uno scultore siciliano – Enrico Licari – sul quale vale la pena soffermarsi per la sua luminosa carriera negli Stati Uniti, che non gli impedì, nel 1930, di partecipare, assieme ad altri scultori locali, al concorso pubblico per la selezione del miglior progetto per l’erigendo Monumento ai caduti di Misterbianco. Il bozzetto proposto da Licari fu vagliato dalla commissione esaminatrice che però lo bocciò, giacché vi ravvisò una “concezione molto azzardata tale da non adattarsi all’ambiente cittadino”. Quali erano gli elementi, figurativi o architettonici, che fecero sottovalutare il Monumento ai caduti di Misterbianco, progettato dal Licari? Possiamo supporre che, per il paese etneo, le concezioni dell’artista fossero troppo avanzate, mentre questo stesso scultore, esperto nel creare statue di dimensioni colossali, era invece apprezzato a Denver, in Colorado, dove per una dozzina d’anni realizzò monumenti commissionatigli da pubbliche istituzioni, Università, edifici di culto. Sono da menzionare: dodici  statue di angeli nella torre del seminario (1926), il busto monumentale di un vescovo discendente dai pionieri (alto 8 metri, in granito, 1928), il gruppo statuario “Alma Mater” (1929), le fontane di bronzo o in pietra collocate in giardini pubblici e residenze private. Il web mostra le foto di queste sculture e anche quelle dell’artista, immortalato quando era un giovanotto, alto e magro, con l’espressione soddisfatta di chi si compiace di vivere nella rutilante Denver degli anni Venti. Nella sua vita, però, Enrico Licari conobbe anche avversità: nato a Taormina nel 1894, vincitore del Prix de Rome (ma questa notizia è tutta da verificare), realizzò un busto bronzeo (malriuscito) per il V duca di Bronte, nel Castello di Nelson a Maniace; trasferitosi a Denver, sposò nel 1923 l’incantevole figlia di un magnate del mattone. La coppia, forse per effetto della grande crisi del ‘29, si trasferì a Taormina e Licari – com’è stato già detto – progettò nel 1930 il Monumento ai caduti di Misterbianco; a metà degli anni Trenta, partecipò alle mostre del Sindacato di belle Arti (e fu valutato dai critici come “una giovane e buona promessa” della scultura). La Seconda guerra mondiale segnò una brutale battuta d’arresto, giacché nel 1941 sua moglie fu arrestata dalla polizia fascista e internata in un campo di prigionia dell’Italia centrale, mentre lui se ne tornò con la figlioletta a Taormina. L’esperienza della guerra ebbe amare ripercussioni sulla creatività di Enrico Licari, il quale, stabilitosi poi a Roma, morì lontano dalla notorietà il 7 settembre 1981 (la sua tomba è al Flaminio). Ulteriori notizie su questo scultore potranno provenire da chi l’ha conosciuto; ed è auspicabile che ciò accada, anche allo scopo di corroborare la ricerca sugli scultori e i Monumenti ai caduti della Prima guerra.

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