di Salvo Reitano

Il calendario della cucina, quello olandese, esposto di fronte alla maestosità del frigo dove appuntiamo tracce del nostro vivere quotidiano viene giù verso il Natale.
Manca poco, poi la mangiatoia del presepe farà posto al Bambinello. Tutto intorno pastori e pecorelle, la cascata con l’acqua, i monti in lontananza e fra noi quella flebile voglia di amarci con oltre duemila anni di ritardo. Restiamo inermi con un nodo in gola e così l’ansia per i tempi duri che ci tocca attraversare, in un Paese alla deriva, resta sospesa nei pressi del cuore.  Io lo so il perchè. Siamo in guerra civile e ci ostiniamo a credere che non è così sol perchè non scoppiano le bombe. Tiriamo a campare. Finchè la barca va… lasciala andare, diceva una vecchia canzone, spensieriamoci, facciamoci l’abitudine mentre scarichiamo l’incaglio sul gobbone dell’Europa. Nel nostro Paese, chi è di antica tempra lo sa, basta avere la pazienza di aspettare, prima o poi passerà. Invece non passa e dura ormai da decenni.
Guardo con un moto del cuore la discesa dei giorni che portano alla vigilia. Vicino a ogni data il nome di Santi che non conosco: S. Ansano, Santa Bibiana, S. Dalmazio, S. Liberato, S. Delfino. Nemmeno i morti ammazzati di questi ultimi 350 giorni conoscevo, ma ho visto i loro nomi  sui titoli dei giornali, nelle riprese della televisione o passati a setaccio nei talk show del pomeriggio e mi viene da pensare alle loro facce nell’istante dell’ultimo respiro di vita prima che il gelo  impietrisse i loro corpi, e colloco tutto, nomi, facce, agguati, pistolettate, raffiche di mitra, scontri di macchine guidate da ubbriachi, fascette di plastica intorno a un collo bambino, sangue e cartellini della scientifica, dentro lo scorrere dei giorni del calendario. A vederlo così il Natale mi sembra ormai un lapidario di estinti. Un morto quotidiano in questa Italia che sembra aver smarrito non solo la strada ma anche il ripetto per la sacralità della vita umana. Così la sequela dei morti si sovrappone ai Santi del calendario. Non per fare un torto all’aureola, io credo anche in S. Ansano e chissà quali indicazioni mi fornirebbe, per sopravvivere, Santa Bibiana qui in questo macabro contesto. Resto con le orecchie in attesa, ma il sangue dei mesi e delle settimane prevale e i giorni sono tutti segnati col rosso. Un martirio quotidiano dal quale distogliere l’occhio. Per le strade si accendono stanche luminarie e cieli stellati lungo la fila di negozi speranzosi. Stamattina, in un centro commerciale vicino casa, scaricavano ramoscelli di vischio e stelle di Natale. Merry Christmas per tutti. C’erano anche ramoscelli di abete sul camioncino, come quelle stampate nelle cartoline della mia infanzia, col Buon Natale e impreziosite dalla polverina dorata e scintillante, ma ballavano disordinate come fronde di corone funebri. Non sono riuscito a smettere di pensarlo, perchè questo macilento vivere che ci è toccato in sorte sembra perennemente listato a lutto. Non ce ne accorgiamo, o facciamo finta, ma sono sempre di più le famiglie che se non piangono un morto ammazzato o suicida sono costrette ad una vita grama per mancanza di lavoro  tutti i giorni, per tutte le settimane di tutti i mesi di questa sventurata Repubblica.
Inutile immaginare un’uscita di sicurezza. Fatemi accendere il mio albero di Natale, fastoso diluci ad intermittenza sopra la colonna sonora delle zampogne. E poi, suonano ancora le zampogne? O sono otri gonfi d’aria? Suonano ancora le zampogne?
Ecco il tema che vorrei scrivere, col pennino e l’inchiostro, all’ultimo banco di una classe elementare che fu la mia, i banchi di legno levigato, il grembiulino odoroso di bucato e il cestino con la merenda accanto.
Credo che scriverei, oggi come allora: si che suonano, come se suonano, solo che noi si voglia sentirle. Certo che nasce il Bambinello. Il problema è volerlo. La soluzione è non far finta di non vedere lui come si finge di non essere gia dentro – tutti – nella guerra civile. Non conoscevo allora e non conosco adesso, anche questo avrei scritto, seduto nel mio vecchio banco in fondo alla classe con la stella cometa sulla parete di fronte, altro rimedio che la scelta definitiva nella fraternità.
Lo dico con un filo di voce mentre un vento leggero accarezza le tapparelle della cucina e fa da sottofondo al telegiornale che propone improbabili zampogne d’aria.
Lo dico a me stesso, prima di dirlo agli altri, implorandomi a credere e farmi fede: dalla buriana non si esce entrandoci e nemmeno voltando lo sguardo dall’altra parte della scena, dove non c’è il morto ammzzato per ideologia, rapina, incidente stradale, agguato, overdose o trafitto da chi avrebbe dovuto difenderlo. Tutte voci di uno stesso dissesto del quale siamo e facciamo parte.
Dalle tempreste si esce rendendo ognuno il meglio di se in servitù interiori consacrate a libertà, giustizia, solidarietà con relativo esborso della propria quota parte.
Il Bambinelo della mangiatoia ha fatto tanto di quel lavoro che solo il Buon Dio può sapere quanto gli dobbiamo per ricompensarlo. Così diventa indispensabile mettersi in marcia con i pastori.
Voglio dire, agli amici lettori, che il Natale è il nostro stare insieme, le stesse voci del cuore, la buona Novella che si ripete, il Figlio di Dio nella paglia come i contadini la conoscono, fra i cani, le bestie accucciate, le zolle dure della terra da arare, perfino i topi negli ammassi di fieno, le mani operose che si uniscono in preghiera, ora come allora.
Allo scoccare della mezzanotte canteremo in coro Astro del ciel e al primo attacco tutti ci verranno dietro. Il Natale sia con noi che ci amiamo.

S.R.

A proposito dell'autore

Catanese, classe 1957, si definisce semplicemente un giornalista. Ha collaborato a quotidiani e periodici con esperienze alla radio e in televisione. Negli ultimi anni ha ricoperto l'incarico di addetto stampa in enti e istituzioni. Scrive di politica, attualità, costume e cultura. Cerca sempre di scoprire il lato umano delle cose anche quando è costretto a raccontare avvenimenti poco piacevoli. Ama Roma e sogna di abitare in un attico a Piazza Navona.

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