di Katya Maugeri

Indro Montanelli ,  padre del giornalismo italiano, è stato il più lucido testimone dell’Italia del Novecento, inventando un nuovo genere letterario. Prendendo la storia dotta, erudita, paludata e mutandola  in una storia per il grande pubblico, una storia degli uomini di ieri per gli uomini di oggi, semplice, vivace, polemica.  Autore di una preziosissima opera“Storia d’Italia”, corposa raccolta suddivisa in più volumi, ognuno dedicato a un’epoca della storia italiana, dalla tarda età romana fino alla fine del XX secolo. Vendendo oltre un milione di copie è uno dei libri di divulgazione storica più diffusi nel Paese. Nel secondo volume  intitolato “L’Italia di Giolitti” (volume XXXVI), dedicato alla Grande Guerra, Montanelli ci offre un quadro nitido e sobrio che va dallo scoppio della prima guerra mondiale, all’agosto del 1917, pochi mesi prima di Caporetto.
In queste pagine sono rievocate le infuocate polemiche pro e contro l’intervento, la dichiarazione di guerra all’Austria, le operazioni militari sull’Isonzo e sul Carso, che costarono la vita a centinaia di migliaia di soldati.indro

“Gli italiani, che avevano dato al mondo l’impressione di esitare e tergiversare in attesa del momento più favorevole, finirono per entrare in guerra nel momento più sfavorevole, quando l’iniziativa era tornata in mano agli austro-tedeschi. Questi erano scesi in campo con un piano ben preciso, già elaborato parecchi anni prima dal Capo di Stato Maggiore tedesco, von Schlieffen. Esso prevedeva una guerra su due fronti, quello russo e quello francese, ma partendo dal presupposto che ai russi, per ammassare le loro truppe, sarebbero occorsi almeno due mesi. Questo consentiva di concentrare tutto lo sforzo contro i francesi per liquidarli in poche settimane. Poiché essi disponevano di una eccellente linea fortificata, bisognava aggirarla dal Nord, cioè dalla parte del Belgio occupandolo a sorpresa. Questo Paese era neutrale, e la sua neutralità era stata garantita anche dai tedeschi.  Schlieffen era ormai morto, ma il suo piano fu applicato alla lettera dal successore von Moltke Jr. Egli contrastò poco l’offensiva dei francesi sulle Argonne e verso l’Alsazia, ma scaraventò il grosso delle sue armate sul Belgio, per poi farle convergere a Sud e prendere il nemico alle spalle. Ma l’imprevista resistenza dei belgi e il loro sabotaggio di strade e ponti diedero il tempo ai francesi di far accorrere altre forze e di bloccare l’avanzata nemica sulla Marna. La battaglia che qui si svolse nella prima metà di settembre fu insieme la più sanguinosa e la più decisiva di tutta la guerra. Mezzo milione di morti rimasero sul terreno. Ma i tedeschi furono inchiodati e dovettero rinunciare a entrambi gli obiettivi che si erano proposti: la conquista di Parigi e l’accerchiamento delle armate avversarie dislocate fra Argonne e Alsazia.
La guerra di movimento si trasformò in guerra di trincea. La “fresca e gaia guerra” cui i giovani erano corsi incontro con tanto entusiasmo rivelava un volto assai diverso. Essa aveva già divorato oltre un milione di uomini, e ogni speranza di rapida e brillante soluzione era svanita.
Con la primavera del  1915, le offensive ripresero. Gli austro-tedeschi contrattaccarono i Russi in Galazi costringendoli a una rovinosa ritirata e così isolando la Serbia. Gli inglesi tentarono lo sbarco a Gallipoli convinti di trovarvi scarsa resistenza e invece furono inchiodati fra mare e roccia da un giovane Generale: Kemal Ataturk. Ogni esercito faceva la sua guerra senza neanche mettere al corrente gli altri dei propri piani. Fu in questa precaria situazione che l’Italia scese in campo. L’inferiorità di armamento era evidente. L’artiglieria scarseggiava, non curava i collegamenti con le fanterie che finivano spesso per fare le spese dei suoi imprecisi tiri, e parecchi pezzi scoppiarono fra le mani degli inservienti. I nostri ignoravano le bombe a mano; e quando a metà estate ne giunsero le prime cassette, per imparare a lanciarle ci rimisero parecchi morti e mutilati. Mancavano i fucili perché le nostre acciaierie non ne producevano che 2.500 al mese, tanto che si dovettero rimettere in circolazione i Wetterli di quarant’anni prima, e le reclute vennero addestrate col bastone.
“Nessuno governò la guerra”, come più tardi disse il generale Di Giorgio. Potere politico e potere militare s’ignorarono a vicenda. E quando gli avvenimenti li costrinsero a trovare fra loro un’intesa, fu un seguito di crisi che misero a repentaglio sia l’uno che l’altro.
Il vero volto della guerra i nostri fanti cominciarono a capirlo solo quando incontrarono i reticolati. Chiesero ai Comandi le forbici per tagliarli, ma i Comandi risposero che l’Esercito italiano non le aveva in dotazione”.

Tratto da “Storia d’Italia” – Volume XXXVI La prima guerra mondiale – di Indro Montanelli

K.M.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

Post correlati

Scrivi