Marco Iacona –

Fuori dai denti. Togli l’entusiasmo ai giovani e rimarrai a mani vuote. Giovani erano i fascisti più fascisti, i sessantottini, i combattenti delle guerre mondiali nella fase finale. E giovani è giusto che siano, oggi, i sostenitori di magistrati ed ex magistrati antimafia. Sono loro quelli che puoi coinvolgere nella lotta contro uno dei mali degli ultimi secoli.
Catania, via Gravina (oibò: dove sarà mai). quartiere “civita”. Il menù è prelibato come in un pranzo di nozze. Moglie e marito, parenti “da zita e do zitu”. E quelli del comune? Quelli non ci sono. Bianco non si vede, Francesca Raciti presidente del consiglio comunale, annunciata, si fa “rappresentare” da un giovanotto venuto dal pubblico che porta i saluti delle associazioni. Matrimonio valido? Dinanzi a due officianti di lusso, Giacomo Pignataro rettore dell’ateneo e Uccio Barone direttore del dipartimento “Scienze politiche e sociali”, direi proprio di sì.
Ore 11, Antonio Di Matteo pm antimafia e Antonio Ingroia, avvocato (sic) incontrano gli studenti dell’università presso la sala conferenze del dipartimento di “Sc. pol. e soc.”. Testimone di lusso Salvatore Borsellino presidente movimento “Agende rosse” e fratello di Paolo (ma col suo intervento appassionato terrà a precisare che il «vero fratello» era Falcone). Altri testimoni: Luciano Mirone giornalista e scrittore e Giorgio Bongiovanni direttore “Antimafia2000”.
La città è blindata, la via Gravina stradina semifatiscente come tante, adibita a parcheggio per auto delle forze dell’ordine e camionetta blindata. Catania brutta è e brutta rimane. Alzi la testa e vedi carabinieri che controllano dall’alto uomini e cose. Ma l’atmosfera è tutt’altro che pesante. Di Matteo è tranquillo: condannato a morte da Cosa nostra e scortatissimo. Uomo corpulento e dai modi signorili, parla dopo un’ora di interventi. Alla fine, proprio in aula magna, c’è perfino un piccolo bagno di folla.

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Discorsi di Di Matteo, Ingroia e Borsellino a parte (diciamoci la verità c’era curiosità), siamo alle solite. Ci spiace dirlo: il tema ufficiale era “mafia economia e corruzione”, i relatori – dieci minuti per tutti tranne per Di Matteo – hanno discusso della devianza dei “colletti bianchi”, perché la mafia militare, hanno detto, è stata sconfitta.
Il guaio è che siamo in un circolo vizioso. E bisogna puntualizzare. Non è che la mafia militare abbia perso, è che la mafia che fa affari non ha bisogno di andare in guerra, e quest’ultima è tutt’altro che morta. Anzi rispetto alle grandi stagioni di crisi, anni Ottanta e Novanta, è ancora più forte. e proprio perché è forte non ha bisogno di gesti clamorosi. Grave errore naturalmente – questo lo afferma chi scrive – continuare a sottovalutare il fenomeno nei quartieri “poveri”, la mafia delle periferie e dei centri storici in rovina: lì di potenziali bombaroli ne trovi uno ogni casa. Non vorrei che tra vent’anni ci ritrovassimo a dire: “a suo tempo per inseguire la mafia che faceva affari con imprenditori e politici trascurammo la manovalanza e ci ritrovammo nel giro di pochi anni con un esercito di litigiosissimi volontari dalla pistola facile”.
Il problema è che lo stato non riesce a combattere i fenomeni criminali nella loro complessità. È l’eterno problema della coperta corta. O ti rimane scoperta la testa o ti si raffreddano i piedi. Oggi tutti a dire che il problema è la corruzione al vertice. C’hanno ragione, per carità. Ma non vorrei che un domani se ne dovessero pentire. Problema è anche che lo stato da centocinquant’anni si trova a combattere se stesso in una parte del suo territorio. Hai voglia a dire che la mafia è quella che fa affari: e il controllo del territorio? E la violenza endemica? E la suddivisione per famiglie? E la mancanza di libertà?
Detto questo il tavolo era ben organizzato e moderato da Mirone che debutta con il quesito dei quesiti: la mafia è quella che spara o c’è qualcosa di più grosso? E nel secondo caso chi sono i mafiosi? È opportuno chiamare in causa banche, politici, amministratori e massoneria. Di quest’ultima, convitata di pietra in ogni gruppo di potere (così si dice), non si sa “ufficialmente” nulla. Come volevasi dimostrare: nessuno raccoglie quell’assist alla Maradona. Mirone dice che il ministro Alfano ha promesso il “bomb jammer” per proteggere il magistrato, ma non è ancora arrivato, e allo stesso tempo afferma a gran voce e tra gli applausi che «Nino Di Matteo non è solo».

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Attesissimo, il momento del magistrato arriva in chiusura. Si rivolge ai giovani: «vorrei lanciare alcune riflessioni provenienti da Palermo». La lotta alla mafia non è solo un aspetto militare. «Cosa nostra ha sempre avvertito la necessità di impadronirsi dell’economia, di controllare la politica e la pubblica amministrazione». Le istituzioni non sempre avvertono la necessità di recidere certi rapporti. «Vi sono bieche ragioni di opportunismo culturale, politico e di adesione al metodo mafioso». In questi ultimi anni Cosa nostra non ha potenza militare ma è attenta alla «gestione del danaro pubblico». Quante volte si è sentito dire, continua, che la mafia «è entrata nei salotti buoni»? Essa non ha mai cessato di «tessere rapporti con la borghesia».
Prima di Riina e Provenzano, capo mafia era il medico Michele Navarra. Michele Greco era abitualmente ospite nei salotti. D’accordo. «In molti procedimenti c’è protagonismo criminale di borghesia mafiosa». Durante un’intercettazione si scoprì che un medico, capo-mandamento di Brancaccio, voleva un funzionario europeo “amico” che gli comunicasse i processi di finanziamento. «La mafia non si esaurisce con quella che uccide, ma è un sistema legato al metodo corruttivo». Il magistrato cita un esempio dietro l’altro: in un affare di un centro commerciale di Palermo sono emerse condotte di imprenditori che, attraverso professionisti intermediatori, si sono rivolti a capi mafiosi per aver risolti i loro problemi. «In cambio Cosa nostra gestiva spazi all’interno del centro commerciale».
Di nuovo c’è questo. Anni fa chi stipulava accordi con la mafia era «vittima», oggi normalmente l’approccio tra famiglia mafiosa e imprenditori è di «ricerca di reciproci vantaggi». Lotta alla mafia e alla corruzione non sono dunque separati. «Siamo in un sistema integrato in cui mafia e corruzione sono facce della stessa medaglia».
Oggi lo stato non è incisivo sul sistema di norme relative alla collusione tra mafia e altri sistemi. Sessantamila persone si trovano in carcere, ma poche decine sono quelle arrestate per reati di corruzione contro la pubblica amministrazione. Fino ad ora «il sistema corruttivo è impunito perché caratterizzato da norme blande e inefficaci». Infine si deve fare i conti con la prescrizione che porta all’estinzione del reato.
La lotta alla mafia deve coniugarsi a una svolta vera. La Sicilia è terra di mafia ma anche di uomini coraggiosi che reagiscono. «Molti morti di mafia erano siciliani coraggiosi». Anni fa manifestazioni come queste erano impensabili, dunque non è vero che non è cambiato nulla. Oggi vogliamo un «salto di qualità: vogliamo che la mafia recida legami con politica, imprenditori e mondo economico. La politica deve riappropriarsi della sua funzione di prima linea. Paolo Borsellino diceva che difficilmente un politico commette un reato, ma certe sue abitudini «rafforzano la condotta mafiosa». Borsellino, insomma, si appellava a una responsabilità politica. Un esempio di politica antimafia fu la relazione di minoranza della commissione antimafia nel 1976, che rivelò i nomi dei politici che aiutavano i corleonesi a “conquistare” Palermo.
Rispetto ai tempi di Paolo Borsellino le cose sono peggiorate. Dal 1974 al 1992, con l’intermediazione di Dell’Utri, «Berlusconi aveva stipulato un patto con famiglie mafiose palermitane». A parlare è una sentenza definitiva, e a ciò non ha atto seguito alcuna responsabilità politica.
L’invito finale ai giovani è di non essere indifferenti alla mafia e alla sua penetrazione: essa è costata la vita ai servitori dello stato. «Informatevi, ragionate, lottate: solo così potrete essere consapevoli del valore del vostro impegno». Ciò riguarda passato, presente e futuro. Applausi.

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In ordine di tempo, a chiamare in causa la mafia come fenomeno non solo criminale è Pignataro. «Il fenomeno ha radici nell’economia e le implicazioni sono rilevanti per la vita civile». Il rimedio è educare al dovere. Negli Ottanta c’era chi si voltava dall’altro lato e chi diceva che la mafia a Catania non esisteva. Per fortuna quegli anni sono lontani. Molto vicina, invece, è la data del 25 aprile che, prosegue, non è solo «un fatto storico» ma di valori. Ebbene: quei valori di democrazia e di libertà in Sicilia sono semplicemente corrotti. In conclusione chiede un minuto di silenzio per i morti del campus universitario in Kenia, nei primi giorni di aprile. Sostanzialmente in linea il discorso di Barone per il quale resistenza e democrazia sono in stretta relazione.
Bongiovanni snocciola poche cifre: la mafia produce lo scherzo di centocinquanta miliardi di euro l’anno. Chi gestisce lo spaccio di cocaina (la ‘ndrangheta che è padrona a livello mondiale) “soltanto” ottanta milioni. Lo stato italiano è tra i più corrotti al mondo. Cosa dire? I giovani devono fare una scelta: «se riuscissimo a sottrarre gli incassi alla mafia potremmo raccogliere i migranti». I giovani possono fare una rivoluzione vera, in ogni caso bisogna appoggiare la magistratura. Citazione finale di Eduardo Galeano: l’utopia è come l’orizzonte, più ti avvicini e più si allontana. C’è molto da camminare, ma sarebbe assurdo anzi utopico farlo per sempre.
Pezzi grossi in conclusione. Ingroia non le manda a dire. È stato Pm a Palermo, ha istruito i processi Mannino, Rostagno, Dell’Utri e quello sulla trattativa stato-mafia. Poi si è dato alla politica. In risposta a due studenti, in dirittura d’arrivo, si scaglia contro il progetto di riforma costituzionale evocando la P2 e non è tenero verso Giorgio Napolitano per il noto episodio delle intercettazioni a Mancino.
«Oggi siamo qui» dice, «per testimoniare vicinanza a Di Matteo e a chi si batte contro la mafia, siamo qui per un impegno di testimonianza». Serve anche una società che «pressi e che cerchi di cambiare le istituzioni». Una volta si diceva che la mafia fosse un «sentimento, una forma orgogliosa», nulla di tutto ciò: la mafia è «un sistema politico/economico che trae la sua forza dalle relazioni con le istituzioni». La mafia non esisterebbe, continua ottimisticamente, se «non ci fosse stata una classe dirigente che ha modellato lo stato con la cultura della trattativa». La “trattativa” è stata oggetto di processi, ma quella di cui si dice è stata solo l’ultima di una lunga serie che ha «determinato le condizioni di sopravvivenza della mafia». I poteri criminali hanno avuto forza grazie alle deviazioni dei poteri legittimi. Insomma i due poteri si sono «reciprocamente influenzati» e la mafia si manifesta, oggi, con la corruzione dilagante.
Di cosa abbiamo bisogno noi cittadini? È presto detto. Abbiamo bisogno di Di Matteo, dice Ingroia, «di magistrati e Pm con la schiena dritta». Il Csm è giusto che premi il magistrato antimafia e gli assegni incarichi adeguati. Abbiamo bisogno di un parlamento che legiferi adeguatamente e di un governo che non si abbassi a trattare con la mafia. Abbiamo bisogno di un ceto politico diverso e di una società con modelli virtuosi. Ecco: abbiamo bisogno di “cittadini nuovi” (variazione lessicale dell’“uomo nuovo” di un secolo fa?), intransigenti, capaci di «rispondere dei loro atti». I giovani devono e possono «cambiare» il paese.

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Anche Borsellino si agita, ma commuove tutti. Si capisce che proviene da un altro ambiente. «Io sono solo un ingegnere» dice, e sono fratello di Paolo. «Non avrei nessun titolo per stare qui». Mio fratello non amava Palermo e per questo si «costrinse» ad amarla, decidendo di non andar via. «Io invece sono andato via: non ho condiviso le lotte di Paolo». Per questo: «il vero fratello di Paolo si chiama Giovanni Falcone» (applausi).
Salvatore Borsellino, come tutti sanno, lotta per la memoria di Paolo per avere cioè verità e giustizia. «Quella di via D’Amelio è una strage di stato» dice sicuro «e io ho deciso di organizzare la resistenza con l’agenda rossa di Paolo». In Sicilia non c’è stata resistenza «ed è compito nostro organizzarla». In Italia c’è stata connivenza tra stato e mafia e il sud è stato abbandonato per essere sfruttato. Oggi però non c’è regione immune perché la zona grigia è enorme. La mafia è dappertutto e i magistrati si uccidono isolandoli e depotenziandoli. Altro proiettile di grosso calibro per concludere: cos’è se non “trattativa” lo «studio della riforma elettorale con un condannato, poi assegnato ai servizi sociali?». Ma il discorso si fa complicato: troppe cose chiamate con identico nome.

Marco Iacona
(fotoservizio di Vincenzo Musumeci)

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