CATANIA – Ci vuole coraggio per visitare Catania, l’emblema del profondo sud d’Italia, dove il degrado e la disoccupazione la fanno da padrone, dove la mancanza di lavoro non è una novità della crisi dell’ultimo lustro, ma la normalità.

Ci vuole coraggio soprattutto se sei il premier di questo paese, oggi tutto allo sbando, ma mai quanto al sud. Ci vuole coraggio a metterci la faccia incontrando i disoccupati delle numerose imprese locali che hanno dovuto chiudere per la crisi di oggi e di ieri, ascoltandone il grido di dolore. Ci vuole coraggio entrare in un ufficio, dove fruire di un servizio pubblico, anche il più elementare, senza fare la fila, è sempre un’eccezione in questa città. Ci vuole coraggio per visitare quei quartieri periferici, dove a ogni angolo di strada ci sono un pusher e una vedetta. Ci vuole coraggio affrontare le vie del centro, dove i giovani scorrazzano sugli scooter, senza casco, alla ricerca di una preda da scippare: un turista smarrito, un catanese sprovveduto, una vecchietta indifesa. Ci vuole coraggio a percorrere le arterie etnee, facendo lo slalom tra le buche, nelle quali a ogni semaforo ci sono una squadra di magrebini e una di zingari, tutti clandestini, che si contendono gli automobilisti in coda, gli uni per lavargli il parabrezza, gli altri per chiedergli la questua.

Ci vuole coraggio passeggiare nelle trazzere di San Cristoforo, salutando a uno a uno gli abitanti dei miseri bassi, camminare tra i motorini che sgattaiolano a destra e a sinistra, tra i branchi di ragazzini, col destino segnato, non andati a scuola per imparare il non nobile mestiere del padre, tra le prostitute in attesa alla fermata dell’autobus per recarsi sul posto di lavoro, quello più vecchio del mondo. Ci vuole coraggio entrare nella tradizionale Fera ‘o Luni, e non trovare un commerciante catanese, neanche a cercarlo col lanternino.

Ebbene c’eravamo illusi, e da perfetti ingenui ce l’eravamo immaginati così la visita catanese di Renzi. Pensavamo che colui che si è autodefinito il rottamatore della vecchia politica, quello di una riforma al mese, quello che non si sottomette al rigore economico dettato dalla Merkel, ce lo avesse questo coraggio.

L’avremmo voluto vedere in tutti questi luoghi, ma non l’abbiamo visto.

E, invece, ce n’è voluto di coraggio – nel suo formale abito blu, convenzionale come la sua visita, accompagnato dal suo fido, il sottosegretario Graziano Delrio -, per visitare quelle poche eccellenze sopravvissute a Catania. La 3Sun, l’azienda del gruppo Enel Green Power che produce pannelli solari di ultima generazione; l’industria dolciaria di Condorelli, la Working Capital di Telecom Italia. E last but not least, la visita più cruenta: il palazzo della politica catanese con Enzo Bianco a stendergli il red carpet in pregiato tessuto.

E quando si è trovato, suo malgrado, di fronte a un pezzo di città reale, la contestazione, a piazza Duomo, di studenti, precari e disoccupati, ha avuto il coraggio – stavolta barbaro – e soprattutto la faccia di tolla di commentare: “Io non ci sto chiuso nel palazzo, ho fatto il sindaco. Contestazioni o non, staremo in mezzo alla gente tutte le settimane. Si stancheranno prima loro, noi non ci stanchiamo”.

Perdendo l’ennesima occasione per non far trasparire la sua connaturata arroganza e per provare, almeno una volta, di capire la gente, quella che veramente ha bisogno, però!

Vincenzo Adalberto

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