Nell’attuale dibattito politico, la teoria non gode di grande considerazione. Coloro che si occupano di questioni teoretiche, come ad esempio i filosofi, sono generalmente ritenuti persone che parlano molto, ma concludono poco. A Platone, il quale rimarcava che l’attività politica, pur essendo attività essenzialmente pratica, necessita comunque di contenuti teoretici quanto meno per non produrre danni (Politico, 302 A-B), si contrappone oggi il Presidente del Consiglio italiano, il quale ha recentemente sostenuto che il suo Governo non è “un club di filosofi”, bensì un consesso dove “si fa, si decide”. Tutti i Governi italiani degli ultimi anni si sono del resto autoattribuiti la qualifica di “Governi del fare”. Il fare, la prassi, ha assunto nel tempo un primato ideologico sul pensare, sulla teoria. Questo primato non è però né corretto né desiderabile, per cui può essere utile una riflessione su questo tema.

Chi, in Italia, insiste oggi sul “fare”, ha compreso che le persone, gravate da molti problemi, necessitano di un maggiore impegno concreto da parte della politica. Tuttavia, come avrebbe osservato Aristotele, prima di fare occorre sempre pensare, ed in primis occorre pensare al fine di ciò che poi si deve fare. Tale fine consiste, per un buon politico, nel favorire la realizzazione della buona vita di tutti, e dunque richiede necessariamente la conoscenza della realtà, che è una conoscenza propriamente filosofica. Nella Politica Aristotele scrisse, in particolare, che solo chi conosce cosa è l’uomo può realizzare la totalità sociale migliore; chi non lo conosce, non la può realizzare. Tutte le riforme della scuola degli ultimi vent’anni, purtroppo, sono state però finalizzate, nel migliore dei casi, a fornire ai giovani degli strumenti (lingue straniere, supporti informatici, tecniche professionali, ecc.), non una autonoma capacità teoretica. Il risultato di questo processo, in connessione con altri rilevanti processi presenti nel modo di produzione capitalistico, è che un numero crescente di persone è oramai in grado solo di adeguarsi passivamente al fine imposto dal sistema. Tale fine consiste, come noto, nella valorizzazione del capitale con qualunque mezzo, anche se dannoso per la natura e per l’uomo. Come ben scrisse Nietzsche oltre un secolo fa, se si tolgono ai giovani la filosofia, la storia e la letteratura, si otterrà una generazione priva di capacità critica. Si otterrà cioè una generazione non più in grado di rapportarsi progettualmente, ossia appunto teoreticamente, alla realtà.

Detto questo – e dando merito ai molti giovani, in università e non solo, che si sforzano di lottare contro questa situazione –, la prima cosa che la politica dovrebbe fare, sul piano culturale, sarebbe rimettere al centro l’educazione umanistica, soprattutto filosofica. Solo in questo modo, infatti, potrà tornare a diffondersi la consapevolezza del primato della teoria sulla prassi. Vorrei chiarire che quanto affermo qui non è la tesi particolare di uno studioso di filosofia, bensì una tesi universale che risponde ad un bisogno di tutti, sebbene oggi come tale non compreso. La tesi che la teoria filosofica – il sapere cosa è bene fare – deve necessariamente orientare il fare per favorire una vita buona, è nella realtà stessa delle cose. L’attività teoretica, infatti, ha un valore primario ed autonomo rispetto all’attività pratica, la quale ha per conseguenza un valore solo secondario e subordinato. Questo in quanto, appunto, ciò che si fa lo si fa sempre per un fine; la prassi si occupa di strumenti, non di fini, e può dunque solo essere subordinata alla teoria.

Per chiarire ancora meglio il motivo per cui la teoria possiede un primato sulla prassi, anziché il testo della “buona scuola” del Governo Renzi (che sostiene implicitamente la tesi opposta), è possibile utilizzare come riferimento la Metafisica di Aristotele. Ebbene: per l’antico filosofo la teoria riguarda le cosiddette azioni perfette, ossia quelle azioni che sono fini a sé stesse, come ad esempio il conoscere e il pensare; la prassi, invece, riguarda le cosiddette azioni imperfette, che hanno cioè il loro fine in altro, come ad esempio l’imparare ed il costruire. La teoria è insomma una azione che è essa stessa un fine, mentre la prassi è una azione che non è essa stessa un fine, ma che ha sempre un fine esterno. E’ evidente quindi come le due categorie di azioni siano gerarchicamente differenti. La teoria, attività libera per eccellenza, è superiore alla prassi, attività strumentale, nella stessa misura in cui il fine è superiore al mezzo. Per questo la prassi non può vantare alcun primato sulla teoria.

Sostenere che la teoria ha valore primario ed autonomo rispetto alla prassi, non significa tuttavia che essa sia scollegata dalla prassi. Aristotele sapeva infatti molto bene che la teoria può – in alcuni casi deve – porsi come supporto della prassi. Il sapere teoretico è in effetti la guida naturale della prassi, perché è quello, appunto, «che conosce in vista di che cosa ciascuna azione deve essere compiuta, cioè il bene di ciascuno ed in generale il bene supremo». E’ questa capacità di pensare con verità l’intero, il fine, il fondamento su cui tutto si regge che oggi si è smarrita, ma che per Aristotele era invece necessaria, perché solo chi conosce le cause prime «conosce in qualche modo tutte le cose che sottostanno ad esse» , e sa pertanto agire nel modo migliore.

Anni fa si criticava Marx per una sua affermazione giovanile, tratta dalle cosiddette Tesi su Feuerbach, secondo cui la filosofia si sarebbe fino a quel momento (metà Ottocento) limitata ad interpretare il mondo, ma si trattava ormai di trasformarlo. Per decenni Marx è stato accusato di “prassismo”, ossia di avere anteposto la prassi alla teoria, proprio per quella tesi. In realtà, egli sostenne che il mondo andava trasformato solo dopo avere effettuato una lucida analisi teoretica della realtà capitalistica (questo il mondo che per lui andava trasformato), utilizzando peraltro categorie aristoteliche. Marx era insomma consapevole del primato filosofico della teoria sulla prassi. Mi chiedo invece il motivo per cui alcuni politici, oggi, sostengono che è necessario “fare, fare, fare”, dimenticandosi di chiarire il fine di questo “fare”. Questo motivo può essere forse che il fine del “fare” che propongono è quello, assai difficile da ammettere, di agevolare il sistema che ha consentito loro l’accesso al potere, e non – come era invece nella teoria di Aristotele – la realizzazione della buona vita di tutti.

Scrivi