Il presidente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha definito il Protocollo XVI alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo come “protocollo del dialogo”. Tale protocollo è stato da adottato dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa in data 10.07.2013 ed entrerà in vigore quando sarà ratificato da almeno dieci Stati Membri.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU) è stata istituita in seno alla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (CEDU) adottata in seno al Consiglio d’Europa, organizzazione totalmente distinta dall’Unione Europea e da organi internazionali che portano il medesimo nome. La Convenzione prevede una procedura contenziosa per la tutela dei diritti umani che ha prodotto importanti sentenze tra le quali quella sui crocifissi nelle scuole (Lautsi vs Italia) e quella sul divieto di fecondazione eterologa contenuto nella legge 40/2004 sulla fecondazione medicalmente assistita.

Accanto a questa procedura il protocollo XVI istituisce una procedura consultiva all’interno del sistema della CEDU. Ai sensi dell’art. 1 del protocollo «Le più alte giurisdizioni di un’Alta Parte contraente, (…), possono presentare alla Corte delle richieste di pareri consultivi su questioni di principio relative all’interpretazione o all’applicazione dei diritti e delle  libertà definiti dalla Convenzione o dai suoi protocolli.».

Ai sensi dell’art. 10, ogni stato deve indicare quali organi giurisdizionali potranno accedere alla procedura consultiva. Per l’Italia saranno quasi certamente la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale. La Romania ha invece inserito oltre ai tribunali supremi anche le corti d’appello. La richiesta da parte dei giudici nazionali è esaminata da un collegio di cinque giudici della Grande Camera che decide se accogliere la richiesta o rigettarla (art. 2 comma 1). Tale collegio funziona quindi da “sezione filtro”. Se tale collegio ritiene la richiesta di parere fondata e meritevole dell’esame da parte della Corte invia gli atti alla Grande Camera che emette il suo parere (art. 2 comma 2). Tutti i pareri sono motivati (art. 4). Se all’interno della Grande Camera non c’è l’unanimità, le opinioni dei giudici dissenzienti sono allegate al parere (art. 4 comma 2). I pareri non sono vincolanti (art. 5).

Tale procedura ricalca quella del rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea ex art. 267 TFUE e un’analoga procedura presso la Corte Interamericana per i diritti dell’Uomo.

Dal lato tecnico, la procedura di parere consultivo della Corte EDU è stata concepita come qualcosa di secondario e con scopo deflattivo, ma in realtà, il parallelismo con il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’UE pone la questione in una interessante prospettiva. Molte importanti sentenze della Corte di Giustizia dell’UE provengono da processi introdotti tramite rinvii pregiudiziali come quelle che ha sancito il principio di supremazia del diritto comunitario sul diritto interno, l’applicabilità diretta delle direttive, ecc.. Il rinvio pregiudiziale ha permesso alla Corte di Giustizia di costruire alcuni principi del diritto comunitario che poi man mano sono stati inseriti nei trattati. Il sistema della CEDU ha natura e una struttura profondamente diversa, e certamente è meno pressante e organico del diritto comunitario, ma potrebbe anche darsi che, con il tempo, anche la procedura consultiva finisca per diventare una risorsa per aumentare l’influenza della Corte EDU sulle giurisdizioni nazionali.

A mio modesto parere, questa è forse l’unica vera luce presente nel panorama del diritto UE e del sistema CEDU degli ultimi anni. L’Unione Europea sta attraverso la notte più difficile della sua vita. Abbiamo visto con quanta estrema difficoltà l’Unione sia riuscita a concludere il negoziato sulla Grecia. Quasi in contemporanea, la Corte di Giustizia UE ha bocciato su tutta la linea la bozza di Accordo che regola l’adesione dell’Unione Europea alla CEDU.

Il multilevel constitutionalism, formula che è diventata molto di moda in tutti salotti intellettuali frequentati dai giuristi, sta mostrando sempre più le sue crepe. L’Unione Europea non è assolutamente quella dittatura che descrivono gli antieuropeisti e gli euroscettici. È in realtà un organismo caratterizzato da altissima ingegneria giuridica spesso complicata e spesso inconcludente. L’Unione Europea è caratterizzata da troppi livelli di potere: quello comunitario, quello intergovernativo, quello degli stati nazionali, quello dei parlamenti nazionali che intervengono attraverso il Protocollo 2 al TFUE sulla sussidiarietà, quello della BCE, quello dell’organizzazioni nate all’interno dell’UE come l’ESM (European Stability Mechanism), quello delle regioni. Il trattato di Lisbona ha aggiunto anche l’adesione dell’UE alla CEDU.

A mio modesto parere, urge una riforma dei trattati dell’UE. Bisogna creare uno stato europeo, con un governo, una legge, una moneta e un esercito e quindi semplificare drasticamente il quadro istituzionale dell’Unione Europea. L’attuale sistema confederale caratterizzato dal multilevel constitutionalism piuttosto che unificare l’Europa la sta portando sulla via della distruzione. I giuristi, invece di usare la formula “multilevel constitutionalism” per fare sfoggio di erudizione e cultura, dovrebbero considerarla come una descrizione molto efficacia dello status quo che va rapidamente cambiato.

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