NERVESA DELLA BATTAGLIA – Il 4 novembre l’Italia festeggia l’unità nazionale e le sue forze armate. Il 4 novembre 1918, infatti, con la decisiva battaglia di Vittorio Veneto, l’esercito italiano riusciva a sconfiggere definitivamente le forze dell’Impero Austro-ungarico e decretava la fine, per l’Italia, della Grande Guerra.museo02

Siamo andati sui luoghi in cui si svolsero le più cruenti battaglie della primo conflitto mondiale. Precisamente sul fronte del Piave. Ancor oggi, in questi luoghi, il ricordo di quegli anni è vivo. Ogni cittadina, ogni paesino di questa zona d’Italia, fu teatro di scontri, occupazioni nemiche e distruzioni. Una di queste cittadine è Nervesa della Battaglia (Treviso), oggi ricordata per essere stata al centro della Battaglia del Montello (giugno 1918).

Nervesa è una tranquilla ed ordinata cittadina di poco meno di 8.000 abitanti in provincia di Treviso. Immersa nel verde, con i sui scorci da cartolina ed i gerani alle finestre delle case, sembra uno dei tanti piccoli comuni disseminati nella pianura padana. Ma, a Nervesa, un po’ tutto parla della guerra, la Grande Guerra. All’ingresso del paese accoglie i visitatori il monumento dedicato agli artiglieri e le vie portano i nomi dei generali che guidarono il Regio Esercito in quegli anni, come il generale Armando Diaz, o dei reparti che maggiormente si distinsero in quei combattimenti. E così troviamo le strade intitolate agli Arditi, alla Brigata Piemonte, all’Ottava Armata.lapidi

Rasa al suolo durante quelle furiose battaglie, posta dove il corso del Piave si incanala lungo la pianura, Nervesa della Battaglia ospita su una collina che domina il paesaggio, a circa due chilometri dal centro della cittadina, l’Ossario del Montello. Al suo interno riposano i resti di 9.325 soldati. Di questi solo 6.099 sono stati identificati. Per raggiungerlo, in cima alla collina, occorre affrontare una serie di tornanti costeggiati da alti pini. Poco prima di giungere al cancello di ingresso, un cartello avvisa i visitatori che ci si trova in luogo che merita il massimo del rispetto. Chi vi accede è invitato ad usare un abbigliamento ed un comportamento consono a tale luogo.

Il silenzio è certamente la cosa che colpisce i visitatori una volta varcato quel cancello. Tutto ordinato, tutto rigoroso ed essenziale. Tutto silenzioso. Il sacrario è imponente. Grossi pezzi d’artiglieria, che in quegli anni migliaia di granate scagliarono contro il nemico, oggi tacciono, ben curati, intorno al parcheggio e vicino alla prima rampa di scale esterne. Il Tricolore sventola alto vicino l’ingresso.

La forma particolarissima del Sacrario, realizzato tra il 1932 ed il 1935 su progetto dell’architetto Felice Nori da Roma, è visibile a grande distanza. Un’alta e massiccia torre a base quadrata rastremata verso l’alto e protesa al cielo. Alla sommità di una grande scala in pietra si apre il grande portone in bronzo da cui si accede all’interno del Sacrario. L’interno dell’edificio è formato da vari ripiani e corridoi laterali in marmo, in parte illuminati dall’alto, ed alle cui pareti sono disposte le tombe delle Medaglie d’Oro ed i loculi contenenti le spoglie degli altri Caduti. Le lapidi, disposte in due gironi lungo le pareti, sono in marmo perlato e, su ognuna, è inciso il nome del Caduto. Il sacrario custodisce solo i resti di Caduti italiani provenienti dai 120 cimiteri di guerra che inizialmente erano distribuiti sulle due rive del medio Piave. I Caduti ignoti sono riuniti in grandi tombe collettive e sul marmo di chiusura sono scolpite epigrafi, alcune di D’Annunzio, altre del poeta Carlo Moretti, che ben rappresentano l’atmosfera dell’epoca. Eccone alcune: “Sosti ogni madre che invano ha cercato il figlio caduto. Egli è qui” “Dormono incoronati del lauro ed al loro sacrificio senza nome vigila fulgente la gloria” “Qui i soldati di tutte le battaglie gli eroi di tutti gli eroismi confusi nella comune gloria ignota” “il loro volto è la Patria, la loro anima è l’Italia” “Andarono alla morte bella con un nome. Caddero per la Patria e sono ignoti” .panorama

Camminando tra i lunghi corridoi e scorrendo i nomi dei Caduti noti, ci si imbatte in cognomi assai familiari dalle nostre parti. Il soldato Calabrò ed il soldato Alfio Pappalardo quasi certamente erano siciliani. Siciliani morti per l’Italia a duemila chilometri dalla loro terra e dalle loro case. Morti per difendere confini che, probabilmente, non sarebbero stati in grado di riconoscere sulla carta geografica. Chissà cosa facevano, da civili, il soldato Calabrò ed il soldato Pappalardo? Chissà cosa ne pensavano di quella guerra e di quei governanti che chiedevano loro di uccidere ed essere uccisi per la grandezza d’Italia? Chissà se quei due siciliani, assieme alle altre migliaia di migliaia di loro corregionali, (la Sicilia fornì quasi il 9% dei combattenti), riuscivano ad intendersi, in quegli anni in cui l’Italia era unita solo geograficamente ma non linguisticamente (l’unità linguistica la fece la televisione a partire dagli cinquanta), con i loro commilitoni veneti, friulani, emiliani, piemontesi, sardi, lombardi che, come loro, speravano di non morire nel fango di quelle trincee. Chissà quale è stata l’ultima immagine che hanno visto i loro occhi? La cosa certa è che il soldato Calabrò ed il soldato Pappalardo, italiani del profondo ed assolato sud, che hanno donato la loro vita per difendere quelle terre che oggi qualcuno chiama “padania” ma che, in quegli anni, erano “soltanto” Italia.
In posizione intermedia tra i ripiani è situata la cappella votiva. Alla sommità dell’incrocio di scale si arriva nell’interno del torrione, illuminato da una copertura piramidale in lastre traslucide di policarbonato. All’interno della torre un piccolo museo  raccoglie cimeli e documentazione degli eventi bellici verificatisi in quel settore del fronte. Armi, elmetti, documenti, proiettili d’artiglieria e tanti oggetti personali che raccontano la vita quotidiana dei soldati nelle trincee (carte da gioco, armoniche, foto di familiari, libri, portasigarette, pettini, rasoi, ecc.).

Quattro finestroni danno accesso alle loggette pensili da cui è possibile posare lo sguardo sull’intera zona della battaglia del Montello. Sul muro di protezione delle placche metalliche a forma di freccia indicano le direzioni del Piave, di Venezia, del Grappa, di Vittorio Veneto e di altre località passate alla storia per gli eventi bellici verificatisi durante la Grande Guerra. Si domina l’intero corso del Piave fino al mare ed i caratteristici campanili veneti color argilla, immancabili in ogni paesino veneto, si distinguono nettamente. Oggi Nervesa è un paesaggio sereno in cui domina la quiete, il verde dei campi e l’azzurro tenue del cielo di una bella mattina d’autunno. Poco meno di cento anni addietro le stesse terre erano bagnate dal sangue ti tanti giovani eroi ed il cielo squarciato dai lampi e dal frastuono dei cannoni.

Perché quelle morti non siano vane, è giusto tramandarne il ricordo.

Michele Massimiliano Patanè

Scrivi