Marco Iacona –

Cento anni fa o poco più, nasceva Mario Bava artigiano del cinema di casa nostra. Lo ricordo per la sua vena pop e perché fu il regista che nei Sessanta inventò i generi dell’horror gotico e del thriller all’italiana e nei Settanta diede vita a uno dei primi slasher movie della storia: “Reazione a catena”. Genere che diverrà di pubblico dominio grazie alle saghe “Nightmare” e “Venerdì 13”, nelle quali per dirla in sintesi c’è un tizio che si accanisce sulle vittime spesso giovani con terribili armi da taglio. E dove sangue e sesso ti tengono per mano alimentando quei sensi di colpa di cui la nostra civiltà si è nutrita per secoli. Il male si manifesta quando cerchiamo di sfuggirgli o viviamo gioie e soddisfazioni materiali: ha questa consistenza la filosofia che alimenta il genere horror.

Figlio di Eugenio storico direttore della fotografia (“Quo Vadis?” e “Camicia Nera”) e papà di Lamberto regista anch’esso di film-horror, Mario Bava ha avuto pochi riconoscimenti dal cinema italiano. Per ragioni riconducibili a certa ideologia di casa nostra.

Ai tempi in cui Bava comincia ad avere successo, i film di genere sono poco amati dalla critica che predilige quelli politici e di “analisi” sociale. I suoi lavori, forti e originali, dei quali però lui stesso non è soddisfatto, vengono considerati di serie B. Al più apprezzati per trucchi ed effetti speciali: immagini straordinarie anzi incredibili con utilizzo di budget molto piccoli. Soltanto dopo la morte avverrà la consueta tardiva riabilitazione del re dello splatter all’italiana. Oggi peraltro lo si riscopre con incredulità. In Francia e negli Stati Uniti invece, Bava è un “maestro” anche da vivo e l’idea che gli oltre venti film da lui diretti siano quasi tutti di ottima fattura, circolerà fino ai giorni nostri. Le pellicole del regista sanremese sono coloratissime, emozionanti e tutt’altro che banali, tanto da essere ammirate da registi del calibro di John Landis e Martin Scorsese. Durante una conferenza stampa, Tim Burton rimarrà sorpreso dal fatto che i giornalisti italiani non lo conoscono affatto. Quentin Tarantino dichiarerà di ispirarsi a lui in continuazione. David Lynch invece, maestro quantomeno inquietante, lo citerà esplicitamente alla fine del serial televisivo “I segreti di Twin Peaks”. Non proprio tipi qualunque insomma.

Ripercorriamola la carriera di questo regista “sconosciuto”. Talentuoso operatore per Roberto Rossellini e Dino Risi, Vittorio De Sica e Mario Monicelli e all’estero per Georg Wilhelm Pabst, già dal 1946 inizia a girare documentari e cortometraggi. Dopo aver concluso alcune regie subentrando ai colleghi: a Riccardo Freda nei “Vampiri”, alle origini dell’horror italiano, nel 1960 firmerà la prima regia e con essa il capolavoro dell’horror di casa nostra: “La maschera del demonio” con Barbara Steele. In seguitò si adatterà a lavorare a più generi: dall’erotismo alla fantascienza – pare che “Alien” il megasuccesso Usa derivi dal suo “Terrore nello spazio” – dal western (“La strada per Fort Alamo”) al comico (“Le spie vengono dal semifreddo” con Franchi e Ingrassia). Fino al giallo-thriller “ (La ragazza che sapeva troppo”). Da ricordare e rivedere il peplum/horror del 1961 “Ercole al centro della terra”, l’episodio del 1963 “I tre volti della paura” con Boris Karloff, il thriller “Sei donne per l’assassino”, l’horror “Operazione paura” del ‘66 e “Cani arrabbiati” datato 1974, matto e nervosissimo, uscito solo in dvd molti anni dopo. Nel 1980 Bava collaborerà anche con Dario Argento nella realizzazione di “Inferno”: un “discepolo” di indiscusso successo.

Nel 1968 esce “Diabolik” prodotto da Dino De Laurentiis con la colonna sonora di Ennio Morricone, probabilmente il film più noto di Bava. Nel ruolo del titolo appare John Phillip Law protagonista anche in “Barbarella”, non destinato a una grande carriera. “Diabolik” considerato un film dalle atmosfere avanguardiste è stato definito il manifesto della pop generation da Gabriele Acerbo che ha curato, insieme a Roberto Pisoni, un volume su Bava (“Kill, baby kill!”): «per i colori sgargianti, il look fumettistico e hi-tech, gli abiti glamour di una supersexy Marisa Mell-Eva Kant. Insomma: Bava è stato l’Andy Warhol de’ noantri». “Diabolik” va ricordato anche per i trucchi geniali, per una finta scenografia disegnata e appiccicata sulla lente della macchina da presa, e per i litigi tra regista e produttore. Quest’ultimo temendo  che la censura si abbattesse sulla pellicola cercò in tutti i modi di frenare la vena criminale del regista (del tutto appropriata, come sapranno gli amanti del fumetto nato nel ‘62), riuscendoci perfettamente. Peccato. “Diabolik” è oggi un film culto, specchio di un periodo di folle creatività; al tempo, anche se atteso, fu poco amato da buona parte della critica italiana e poco visto dal pubblico.

Lamberto Bava nel 2004 ha girato una videoclip per la canzone “Amore impossibile” dei Tiromancino, con Claudia Gerini nel ruolo di Eva Kant, e Daniel McVicar attore della soap “Beautiful” nel ruolo del “re del terrore”. Un omaggio all’antieroe dei fumetti creato dalle sorelle Giussani, e naturalmente un regalo al suo bravissimo papà.

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