In un periodo in cui si alimentano sempre più i dibattiti intorno alla valorizzazione ed alla tutela del patrimonio culturale, si registrano nel nostro Paese, ed in particolar modo in Sicilia, nuovi tagli ai finanziamenti e si minacciano, di conseguenza, nuove chiusure per numerosi poli museali. E se dagli addetti ai lavori e dagli specialisti si richiede a gran voce maggiore professionalità da parte del personale da coinvolgere nel circuito dei beni culturali, dall’altra numerose realtà sono costrette a convivere con una carenza di fondi tale da costringerle ad operare quotidianamente senza le strumentazioni necessarie: in questo scenario l’Italia dagli innumerevoli tesori artistici si contraddistingue dagli altri paesi europei, per la mancanza di rete e per l’incapacità di attrarre i fondi europei stanziati per la ricerca.

Ma Christian_Greco_2_foto di Nicola Dell'Aquilanon tutte le realtà culturali italiane presentano questo profilo, ci sono dei poli museali che, nonostante l’attuale situazione economica, si pongono delle sfide per rendersi autosufficienti ed autofinanziarsi e per divenire importanti centri di ricerca, aumentando l’offerta culturale e rendere il loro patrimonio maggiormente fruibile sotto diversi punti di vista. Uno di questi è la Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino, una realtà museale che si autofinanzia per l’81% e che il prossimo aprile 2015 si offrirà ai suoi visitatori, dopo aver subito delle profonde modifiche non solo a livello strutturale, ma anche espositivo e didattico. L’obiettivo è quello di aumentare l’offerta culturale, considerando il 2015 come il punto di partenza per consolidare i dati registrati negli ultimi anni e porsi nuove sfide. Alla guida della Fondazione, dallo scorso febbraio 2014, il Direttore Christian Greco, di origini siciliane, egittologo e docente universitario del corso “Egyptian funerary archaeology and archeology of Nubia and the Sudan” presso l’Università di Leiden.

– È noto che lei abbia origini siciliane: potrebbe parlarci del suo rapporto con l’isola?

– “Ritorno in Sicilia meno spesso di quanto vorrei. Sento un legame molto profondo con l’isola, derivante dal fatto che per qualsiasi egittologo, dopo l’Egitto, la terra più vicina è la Sicilia: una terra che è stata il centro del Mediterraneo, dove qualsiasi cosa parla di Magna Grecia; io adoro questi luoghi, in cui respiro cultura. I miei nonni erano entrambi di Ragusa Ibla ed hanno mantenuto sempre un rapporto molto vivo con la Sicilia: per me l’isola è sempre vissuta nei loro racconti e quando ero bambino sono andato più volte a visitare questi luoghi. Da quando sono ritornato in Italia sono già andato in Sicilia, a Catania, in quanto ho avviato una collaborazione con l’Istituto IBAM-CNR. Uno degli appuntamenti a cui cerco sempre di non mancare sono le rappresentazioni classiche di Siracusa”.

– Lei è l’esempio di un giovane cervello italiano che, dopo un periodo di lavoro all’estero, è ritornato in patria: potrebbe parlarci della sua formazione e della sua carriera?

– “Sì, innanzitutto ci sono due aspetti che voglio sottolineare. Quando ero in Olanda ero considerato di mezza età, tornando in Italia si diventa giovani: questo dimostra che avere quaranta anni nel nostro Paese significa ancora essere giovani e non avere ancora trovato una posizione di lavoro stabile. Per quanto riguarda il cervello in fuga, come ho affermato più volte, ritengo che l’Egittologia per sua natura sia internazionale, in quanto è legata ad un paese che non è l’Italia ma è l’Egitto e nasce nel 1822 con protagonisti un francese, un italiano ed un tedesco. Infatti, la conoscenza del tedesco, del francese, dell’inglese è la condizione senza la quale non si può esercitare la nostra professione, in quanto avere un afflato europeo è naturale. Un egittologo deve viaggiare ed insediarsi in altri contesti: tutto questo serve a comprendere altri modi di pensare e di approcciarsi alle diverse dinamiche. Purtroppo andare via dall’Italia è ormai una tappa obbligata per chi vuole proseguire nell’ambito della ricerca. Sono felice di aver avuto la possibilità di ritornare e mi impegnerò tantissimo affinché questo museo diventi un grande centro di ricerca ed un polo attrattivo non solo per gli italiani, bensì anche per gli stranieri: un segno del declino del nostro Paese è la diminuzione della presenza di giovani stranieri e ciò comporta un mancato arricchimento e scambio di idee. Sono davvero felice di aver avuto questo percorso partito dall’Italia, dal Collegio Ghislieri di Pavia dove ho studiato: al terzo anno ho vinto una borsa Erasmus e sarei dovuto rimanere in Olanda per 7 mesi, ma ci sono rimasto 17 anni per le opportunità di studio e di lavoro che questo paese mi ha dato”.

– Il museo egizio sta subendo delle modifiche: potrebbe parlarci del polo museale, delle sue collezioni e degli ultimi lavori?

– “L’edificio che ospita la collezione si sta profondamente rinnovando: questo progetto, in cui sono stati impiegati capitali pubblici e privati, mira alla riqualificazione della struttura, attraverso un restauro architettonico ed ingegneristico, permettendo l’acquisizione di due piani e delle condizioni di sicurezza per la collezione, in quanto tutti gli spazi saranno climatizzati a temperatura d’umidità controllata. Inoltre, il nuovo edificio apporterà vantaggi anche per quanto riguarda la fruizione della collezione (di cui, data la quantità di reperti, è possibile ammirarne solo l’8% ndr.), la seconda al mondo dopo il Cairo: un grande e moderno museo europeo che aprirà ai visitatori anche i suoi magazzini, in cui verranno fornite ulteriori informazioni sulla produzione dei manufatti. È mutato profondamente il concetto scientifico di esposizione della collezione: il nostro sarà un museo archeologico in cui due concetti avranno molta importanza. Il museo che racconta sé stesso, ovvero la metastoria, la storia di un museo ottocentesco: i primi 5.800 reperti sono arrivati nel 1824 e da 200 anni sono in profonda relazione con questa città, con questa regione e con il nostro paese, dunque raccontano la storia d’Italia. La prosopografia, il racconto delle storie dei personaggi che qui hanno i loro monumenti, e di cui in questi 200 anni di storia siamo riusciti a comprendere il loro contesto, ma anche di chi ha creato questo museo. Il museo muterà profondamente, non solo sarà molto più grande, in quanto ha quasi raddoppiato i suoi spazi espositivi, ma diventerà un contenitore: il fruitore potrà scegliere di visitare l’intera esposizione, con l’ausilio di una videoguida, oppure scegliere dei percorsi specifici. Durante il nostro lavoro non abbiamo assegnato il titolo “Nuovo museo egizio” bensì “Connessioni”, in quanto rappresenta a 360° quello che vogliamo raccontare: il reperto archeologico deve essere riconnesso con la sua contestualizzazione archeologica, anche attraverso le foto storiche ed il materiale d’archivio; il museo deve collegarsi con il suo contesto, con il suo tessuto sociale; la nostra collezione si connette a livello internazionale con altre collezioni, al fine di creare il museo impossibile e ricostruire contesti in origine unitari”.

– In Sicilia i tagli alla cultura decisi dal governo regionale porteranno alla chiusura di undici musei. Non è assurda questa situazione che non si riscontra solo in Sicilia, ma in tutto il Paese?

–“Il problema dei fondi è un problema che riguarda tutti, non solo l’Italia, ma assolutamente anche i paesi esteri. Ho lavorato presso la Fondazione del Museo delle Antichità di Leiden che in un anno ha avuto il taglio pari al 26,9% dei suoi fondi, ma nonostante questo siamo riusciti a resistere facendo molto fundraising ed andando ad intercettare fondi privati. Con una realtà economica come quella italiana, non ci si possono aspettare delle somme di capitale pubblico nelle varie istituzioni culturali: tutti noi che lavoriamo nella cultura ci dobbiamo rendere conto di questa situazione e renderci proattivi, creando grandi progetti di ricerca per accedere ai fondi europei e facendo rete con altri musei nazionali ed internazionali. I tempi sono cambiati ed i fondi che venivano trasferiti ogni anno da Roma alle varie realtà culturali non ci saranno più: noi dobbiamo trovare nuove sfide per il futuro”.

– Come dovrebbe cambiare la politica culturale italiana per rendere i musei e le aree archeologiche ancora più produttive, al fine di avere un significativo ritorno economico per lo stato e le regioni che li gestiscono?

– “La politica culturale italiana sta già profondamente cambiando con la riforma dei beni culturali: il ministro Franceschini ha introdotto l’Art Bonus che permette una defiscalizzazione al 65% per l’erogazione di fondi destinati alle istituzioni culturali e credo che ciò potrà essere una fonte di sussistenza importante per tutti i musei. Per la ricerca sono stati investiti 600 miliardi di euro nell’arco temporale che va dal 2014 al 2020: l’Italia è il Paese che riesce a recepirne di meno perché le diverse realtà non riescono a fare rete tra loro. Deve cambiare il concetto di base, ovvero non bisogna più pensare che ogni anno in ogni caso si avranno degli introiti, in quanto questi ultimi sono strettamente legati a dei progetti: il nostro compito è sviluppare progetti e renderli appetibili per il pubblico e per il privato. Per quanto concerne il privato, nell’ambito delle campagne di fundraising, è inutile presentare all’azienda in modo positivo la realtà culturale: bisogna interloquire e cercare di trovare insieme un modo in cui ci si possa supportare entrambi”.

Antonella Agata Di Gregorio

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