CATANIA – “Diritto allo studio”: quante volte ne abbiamo sentito parlare? Magari al TG, o nel corso di una delle numerose manifestazioni in piazza: già, quelle organizzate durante gli anni delle superiori. Quelle degli striscioni e dei cori, e delle passeggiate in centro, che tanto non si va a scuola. Ma il “diritto” a studiare non è cosa da poco: togli quello, crolla il sistema. La base dell’intero futuro.

Ma non basta: dietro c’è molto altro. Rabbia e delusione: sentimenti di chi si è stancato, ed è pronto a dire basta. Nella giornata di ieri, numerosissimi studenti e genitori hanno riempito i locali dello Zo – Centro culture contemporanee di Catania, dove si è tenuta una delle diverse tappe del “Tour dei diritti”, volta a discutere delle irregolarità riscontrate nel corso dei test d’ingresso a Medicina.

Ma di cosa si occupa il “Tour”? Si tratta di un’iniziativa nata da un’idea dell’avvocato Francesco Leone, che attraversa l’Italia raccogliendo le testimonianze dei candidati ai test d’ingresso ai corsi di laurea delle università, verificando possibili irregolarità o anomalie. Il tutto, chiaramente, per il bene degli studenti e per ridare “linfa vitale” ad un sistema dai tratti sempre più cupi e misteriosi.

Già, perché se, da un lato, i test d’ingresso a Medicina – come quelli relativi a Professioni Sanitarie e Veterinaria – rappresentano uno dei percorsi maggiormente ambiti dagli aspiranti studenti universitari, il discorso vale per tutte le selezioni “a numero chiuso”, con dettami e regole ai limiti dell’incredibile. Perché, spesso, non basta uno “studio matto e disperatissimo” a garantire l’ingresso al mondo universitario: o almeno, non più. Adesso entrano in gioco furbizia, scaltrezza e, perché no, corruzione. E il “diritto” diventa “esclusione”, impossibilità. L’ennesima barriera in un percorso ad ostacoli “da fenomeni”.

“Da tempo abbiamo deciso di portare avanti una collaborazione con lo studio legale dell’avvocato Leone per vincere questa battaglia per il diritto allo studio, perché è impossibile continuare su questa strada”, afferma Salvatore Iacono, consigliere nazionale della RUN – Rete Universitaria Nazionale – . “E’ assurdo pensare di affidare la selezione dei futuri medici a dei test a risposta multipla, considerando anche le gravi irregolarità di essi”, continua. “Per questo motivo pensiamo che sia giusto abbattere il numero chiuso, perché bisogna offrire a tutti la possibilità di studiare una materia così importante”, dichiara.

Giusto, sì, ma gli spazi? E’ bene ricordare che, al giorno d’oggi, i locali destinati ai diversi dipartimenti sono in gravi condizioni strutturali: il che farebbe pensare ad un’ipotesi utopica. Iacono, però, corregge subito il tiro e ammette: “Non bisogna togliere del tutto il numero chiuso, sarebbe impensabile: bisognerebbe prima rivoluzionare il sistema dei test. O magari arginare il problema con selezioni svolte durante il corso degli anni accademici, o un’attività d’orientamento promossa dalle scuole superiori”, afferma. E non è male l’idea, se non si pensa all’altra faccia della medaglia, ovvero a quella che vede il corso di laurea in Medicina come una svolta lavorativa, e pertanto economica – molto vantaggiosa -. Ma di questo non parleremo.

Quando, però, si può parlare di irregolarità? Questo è il punto. I cerchi nei campi di grano, il mistero delle piramidi e i presunti occhiolini tra commissari non sono irregolarità: meglio premetterlo. Sì, perché è giusto e legittimo parlarne, ma non bisogna eccedere: si parla di “irregolarità” quando si fa riferimento ad episodi che infrangono il regolamento dei test. E le regole, fortunatamente, sono note a tutti durante la selezione: uno dei temi caldi, ad esempio, è quello relativo all’anonimato. Da anni il Ministero dell’Istruzione ha portato avanti una campagna volta alla salvaguardia dell’anonimato nei test d’ingresso, grazie all’inserimento di codici alfanumerici, per evitare qualsiasi tipo di favoreggiamento o raccomandazione.

Bene: azioni come l’apposizione dei codici adesivi sulle schede da parte dei commissari può essere definita “irregolare”. Come pure l’identificazione del candidato al momento della scelta delle etichette. Così, da qualche anno, i candidati sono costretti a non posare il proprio documento di riconoscimento sul banco.

Un’altra questione “scottante” è quella relativa all’utilizzo di smartphone e smartwatch: naturalmente vietati. Tuttavia, come dimostrano numerose foto postate sui social network durante la prova, diversi candidati ne erano in possesso, nonostante la presenza di metal detector posti all’ingresso delle aule. Tra i problemi più gravi, però, figurano anche diverse testimonianze di intimidazioni nei confronti degli studenti: grave l’episodio di una ragazza minacciata da un commissario perché intenta a segnalare una collega colpevole di aver copiato. Ma in un Paese come il nostro, cosa è grave, e cosa è normale?

Chiaro, infatti, il titolo dell’intero discorso: “Vi racconto il vostro test. Una storia tipicamente “all’italiana” ”. E dice tutto, o quasi. Già, perché a parlare poi ci sono i dati ufficiali, usciti nella giornata di ieri: solo il 48% dei candidati ha superato la soglia media di idoneità di 20 punti. Meno della metà, insomma. Ma non finisce qui: per i circa settantamila candidati, il punteggio medio è stato di 17 punti. Numeri ai quali va ad aggiungersi la quantità di compiti annullati, che si aggira intorno al 10%: settemila, insomma. E la domanda sorge quasi spontanea: forse che il problema non dipenda interamente dagli studenti?

“Il sistema dei test, è innegabile, muove diversi milioni di euro: il problema sta alla radice”, ammette l’avvocato Francesco Leone. “Da ciò dipende tutto il resto, anche la raccomandazione, con test venduti fino a 30.000€. E’ qualcosa che va cambiato al più presto”, continua. Diverse, infatti, le proposte avanzate dallo studio legale per evitare le irregolarità: “Il fatto che i giovani al loro primo approccio con il mondo universitario facciano i conti con gli episodi raccontati oggi dai candidati è gravissimo. Si può, però, fare qualcosa, come ad esempio utilizzare la schermatura per risolvere la questione dei telefonini, o incaricare dei commissari validi che sappiano fare il loro lavoro”, ammette, facendo riferimento ad alcune testimonianze che raccontano la presenza di insegnanti o di componenti delle famose “scuole di preparazione di test” tra i controllori.

Per gli studenti c’è speranza, e questa prende il nome di “ricorso”: un appiglio troppo spesso chiamato in causa, nonché inflazionato. Ed è bene fare un distinguo: cos’è esattamente un ricorso? “Un ricorso è un passaporto per la realizzazione dei propri sogni. Uno strumento che consente ai ragazzi non solo di studiare, ma anche di chiedere giustizia”, dichiara Leone. Senza prenderlo come scusa ai propri insuccessi, però: “E’ normale che venga vissuto come scusa, perché è parte di quel sistema distorto quale il nostro. Vorrei fare una riflessione: è giusto fare ricorso, ma non è entrare in Medicina che ti consente di diventare un medico”, spiega.

E il lavoro del Ministero non ha certo agevolato le operazioni dei test: “Non c’è malafede dall’alto, ma disorganizzazione, ignoranza in materia. Basterebbe che il ministro Giannini studiasse il problema: anche se credo sia occupato in altre faccende”, aggiunge. “In ogni caso le chiederemo un incontro per istituire un tavolo tecnico nel corso del quale porteremo pacchi stracolmi di segnalazioni raccolte durante questo tour, perché adesso deve cambiare qualcosa”, conclude. Restituire valore al diritto allo studio, e ripartire da esso per rifondare l’intero sistema, insomma: senza irregolarità e “giochetti all’italiana”. Partendo da una base giusta, però, e non quella dell’espediente burocratico: perché se è vero che i giovani rappresentano il futuro, non tutti tra essi sono “bamboccioni” – riprendendo un’uscita infelice – : adesso sono arrabbiati. Ed è ben diverso.

Antonio Torrisi

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