Lo so che citare sé stessi è di cattivo gusto ma, come capirete fra poco, stavolta non posso farne a meno.

In “Per favore non toccatecela”, uno dei racconti di “Pilipintò-Racconti da bagno per Siciliani e non”, a proposito della notissima, esportatissima parolina siciliana dicevobirre 3

“Una parola che a noi Siciliani ci accompagna in tutti i momenti della nostra vita.

Una parola che ci dà il benvenuto alla nascita “Minchia masculu è”, “Minchia ‘na fimminedda sapurita ca ci fussi di manciarisilla…”

Una parola che fa parte delle prime coccole della nostra vita, “Minchia com’è duci”. Con cui abbiamo sottolineato incomprensione o dissenso “Minchia ma che ddici?” magari in sinergico e federalistico accoppiamento con il fratello italiano, “Minchia ma che cazzo dici?”

Una parola che ci ha accompagnato nelle nostre prime liti “Minchia se ti pigghiu!”, negli esami superati di slancio “Minchia i mutanni ci spardai” o per miracolo “Minchia un ci pozzu cridiri, ci à fici”… e naturalmente nei primi superormonici colpi di fulmine “Minchia ch’è bbonaaa…” in cui la serie di “a” alla fine diventava muta lasciandoci a bocca aperta.

Trovatemela, una parola così, capace di raccontare, da sola, un’intera azione gol: “Minchia… Minchia… Minchiaminchia… Minchiaminchiaminchia Minchiaminchiaminchiaminchia… gooool… Minchia GOOOOOL!!!”.

Una parola in grado di sottolineare perfino i momenti più epici della nostra storia. Avanti, che disse secondo voi il milazzese Luigi Rizzo quando centrò con i siluri del suo MAS la corazzata Santo Stefano? Eh? Disse forse “Ehilà ragazzi, che gaudio, l’abbiamo colpita?” Ma che poteva dire, anzi, che minchia poteva urlare se non un enorme, felice, patriottico “MINCHIAAA!!!”

Una parola essenziale, per tutte le situazioni. Buona anche per chiudere una intera vita. Improvviso dolore al petto, sorpresa, realizzazione, “Minchia…” e tanti saluti.

Parafrasando il Sommo, dovremmo chiamare la Sicilia “il paese dove la Minchia suona”. Pure nelle guide turistiche. E nella toponomastica.

C’è chi, a corto di idee e di identità, si butta sulle varie “Via Roma”, “Corso Indipendenza” e magari “Piazza Unità d’Italia”? Benissimo. Ma la nostra sicula quintessenza è sì o no la Minchia? Ogni comune siciliano dovrebbe allora avere la sua “Piazza della Minchia”, e magari qualche sindaco autonomista potrebbe spingersi fino a chiamare la piazza centrale del Comune “Piazza Unità della Minchia”. A chi lo accusasse di vilipendio dello Stato, spiegherebbe “Noi non irridiamo all’Unità d’Italia ma celebriamo quella del popolo siciliano attraverso la parola che più di qualsiasi altra ci accomuna” e se la caverebbe fra gli applausi.

Per il Ponte sullo Stretto proporrei la denominazione “Ponte della Minchia”, che poi sarebbe una cosa molto democratica perché tanta gente lo chiama già così.

La Minchia, opportunamente valorizzata, sarebbe la soluzione definitiva dei nostri problemi occupazionali. Si potrebbero infatti organizzare manifestazioni culturali da fare impallidire il Gay Pride: la Sagra della Minchia, il Festival della Minchia… chissà che afflusso di turiste. E magari di turisti. E non costerebbero quasi niente, anzi non costerebbero una amata (mai come in questo caso) Minchia.

Si potrebbero infine creare partiti chiamati ufficialmente – e non solo soprannominati, come avviene già – “partiti della Minchia”: Popolo della Minchia, Minchia e Libertà, Minchia e Ecologia… partiti tendenzialmente di centro, ma collocabili a sinistra o a destra secondo, potremmo dire, comodità.

Per i simboli fate voi.

Insomma dovremmo mettere il copyright sulla sicilianissima Minchia. DOP. Denominazione di Origine Protetta.

La “Minchia” è dei Siciliani: per favore, non toccatecela.”

 

Bene amici, il micro-Birrificio Krithè di Messina deve avermi preso sul serio e si è presentato all’Expo 2015 con la birra Minchia (vedi foto). Per gli interessati, aggiungo che ne esistono tre tipi: Minchia Bionda, Minchia Rossa e Minchia Tosta doppio malto.

Un’idea sicuramente vincente. Certo, non me la sentirei di berla dalla bottiglia, un gesto che però potrebbe diventare alla moda, magari acompagnato da una strizzatina d’occhio, per “fare amicizia” nei locali pubici.

Pardon, “pubblici”.

Carlo Barbieri

A proposito dell'autore

Carlo Barbieri è nato nel 1946 a Palermo. Si autodefinisce un chimico arrugginito e un marketer pentito prestato alla letteratura. Nella sua “prima vita” è stato manager in una multinazionale chimica americana ed è visssuto a Palermo, Catania, Teheran, Il Cairo. Adesso scrive racconti e gialli e risiede a Roma; Carlo Barbieri è titolare di rubriche su “Sicilia Journal” e “Malgradotutto”, e collabora con Ultima Voce e Fatti Italiani

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