In occasione del primo anniversario della morte di Manlio Sgalambro, ho deciso di pubblicare questa intervista effettuata nei primi giorni del 2007 e solo in parte già edita. Gli otto anni trascorsi non hanno rubato interesse al contenuto delle risposte.

Parlare con Manlio Sgalambro non è facile. Ogni riflessione, anche poco avvertibile, sarà un libro, un brano musicale di successo, un testo da ripassare più e più volte. La speranza è quella di sottrarre a lui la nobile fiammella del libero pensare. L’arma più affilata: il gusto di articolare un soffice, inevitabile, pessimismo.

Sgalambro, lei è filosofo, sceneggiatore e paroliere. Qual è, se c’è, il tipo di scrittura che le offre maggior libertà d’espressione?

«Direi senz’altro la scrittura che adopero per fare filosofia. Tengo ai miei testi filosofici più di ogni altra cosa, anche se oramai, come saprà, la filosofia non riesce ad esprimere più niente vivendo solo dentro le mura universitarie. Ma a dare spazio ai miei pensieri ci sono altri tipi di lavori come il mio recente Quaternario (Il Girasole 2006) sul quale, spero, vorrà chiedermi qualcosa… Ritengo però inopportuno che si facciano queste classificazioni. Alcuni motivi o motivetti, sono cosi agili – direbbe Nietzsche: coi piedi di colomba – che si può pensare ad una canzone come la cosa migliore che si è riusciti a fare».

Una semplice canzone…

«Sì, la canzone è un fatto di grande comunicazione. Anzi è una forma insieme di comunicazione e di espressione, e andrebbe scritta con eleganza, col cuore e col cervello. Ho pubblicato una teoria della canzone, lo sa no? E ho scritto che la canzone è un destino del nostro tempo. In tre minuti si deve riuscire a dire tutto. Una canzone è in grado di rivalutare il piccolo tempo – in pochi minuti, le ricordo, pare sia avvenuto il big bang – a fronte dei tempi estremamente dilatati in cui viviamo oggi, tempi nei quali si parla e si scrive con facilità di passato e futuro. La canzone fa parte del presente ed è, dico io, come un frammento post-socratico».

Qui andiamo sul difficile.

«Ci sono uomini che soffiano il vetro per trarne gingilli e mani che maneggiano con grande cura ogni tipo di porcellana. Ecco chi soffia il vetro non sta a pensare se ne verrà fuori un bicchiere o un profilo di donna, perché chi lavora pone attenzione più all’atto e meno al contenuto. Ecco, allo stesso modo si fa una canzone».

M’incuriosisce sapere cosa pensa delle personalità della cultura italiana – Hack, Sanguineti, Levi-Montalcini, Merini – le cui canzoni non hanno trovato posto al Festival di Sanremo.

«Gli autori di Sanremo dovrebbero essere popolari, come dire: più adeguati a quel tipo di manifestazione. Io e Franco Battiato andammo lì nel periodo in cui uscì Gommalacca (1998), ma non per competere. Era l’anno se ricordo bene della splendida Laetitia Casta, di Dulbecco e di Gorbaciov».

Ecco. Ci parla un po’ di politica?

«Di cose da dire ne avrei, perché come vede vengo da lontano. I primi diciannove anni – abitavo, come adesso, in Sicilia – li ho passati in compagnia di un fascismo periferico e burbanzoso, un fascismo che era una copiatura mal fatta del fascismo di Mussolini. I segretari del fascio di quella provincia si affacciavano al balcone e dicevano più o meno così: “Camerati! Dio mi ha dato la favella e io la porgo a voi”. Ho trascorso una fanciullezza piena di queste cose – non grandi cose – ma anche colma di episodi vissuti a contorno della paura di andare a finire al confino. Tuttavia noi giovani di provincia ci eravamo rifugiati in un certo mussolinismo che ci appariva, allora, come qualcosa di diverso da quel provincialismo. Ecco direi che un’esperienza di quel tipo è chiaro che, oggi, non potrebbe interessarmi. Ma ad esser sinceri è tutta la politica a non andarmi giù. Del resto credo che la politica ne abbia ancora per poco, anche se cosa subentrerà ad essa non lo so ancora. Attualmente vivo nei limiti del possibile, all’interno della mia pelle e non credo di aver bisogno della politica. Insomma, sto bene così».

Lei non è antidemocratico…

‹Non sono antidemocratico. Anzi, mi sentirei colpevole se lo fossi. La democrazia oggi può darmi una certa comodità e non sento il bisogno di impelagarmi, da un punto di vista dottrinario, in qualcosa di alternativo. Preferisco questa democrazia che mi lascia vivere e mi lascerà morire senza – diciamo così – interventi straordinari».

Veniamo al suo ultimo libro. Perché quel titolo: Quaternario? Solo perché si compone di quattro elementi, che poi sarebbero i quattro capitoli?

«No, ho voluto dare questo titolo per un altro motivo, perché la nostra è l’era quaternaria; perché noi a volte ci si sente di vivere non in una storia o in un periodo, ma in un’era geologica, l’era quaternaria appunto. Come saprà anche la sua genesi è particolare. Mi è capitato di smettere la disciplina che in qualche modo professo – la filosofia – e di trovarmi in una città che è appunto Parigi che non è più la Parigi che era ieri. Ma il nome Parigi val sempre la pena di essere visitato e visitando appunto il nome Parigi a Parigi, e andando di qua e di là, ho scomposto i miei pensieri così come, piano piano, avrei sfilacciato un tessuto›.

Cos’è per lei il pensare?

«È come un tumore maligno. Mi creda: a volte è in tutto e per tutto un’afflizione».

Ho letto che tra i protagonisti dei suoi pensieri, o se vogliamo tra i fili che compongono il suo racconto, ci sono pure Guénon e la Blavatsky…

«È vero. Ma non sono i protagonisti in positivo, ché io guardo a questi autori con un certo timore».

Timore?

«Quel che mi preoccupa è che dopo l’eclissi del canone occidentale – a cui mi sento devoto – possa manifestarsi un’età diciamo così magica. Ecco, anche a quest’ultima ho voluto contrapporre una mia visione intima, più che cerebrale. Una visione leggera come può esserlo un ricordo personale».

Il suo futuro immediato?

«In primavera uscirà un altro volume: La conoscenza del peggio per Adelphi».

Un’anticipazione?

«Le dico solo che si tratta di un titolo platonico. Platone diceva che non bisogna conoscere solo il meglio, ma appunto anche il peggio».

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