Trionfa il “volo”. Ma non fraintendetemi. Non ce l’ho coi ragazzini di Sanremo, gli ex “tenorini”. Quelle ugole mi interessano punto. Oltretutto due sono siciliani e di siciliani spero di occuparmene il meno possibile. A meno che non mi venga imposto dalle circostanze. Tre tenorini peraltro che tenorini non sono, ma come direbbe Enrico Stinchelli, autorità in materia di voci, semplici «aspiranti tenori» in attesa di buoni maestri. Tutto qua.

Non scrivo del “volo” sanremese dunque, ma di quello cinematografico. Non parlo di una garetta tra artisti di media fascia, ma di una capolavoro. “Birdman”, pellicola di Alejandro Gonzàlez Iňàrritu dove a trionfare è il volo di un uomo fattosi uccello. Intendiamoci, il film non potrebbe essere più stancante di com’è. Lento, con una direzione sfiancante che ricorda il vecchio Allen di “Mariti e mogli”. Statico, coi dialoghi che raramente oltrepassano la linea della decenza: l’adrenalina serve anche a non chiudere gli occhi, non dimentichiamolo. Però (caspita) di film così se ne vedono pochi. Michael Keaton/Riggan Thomson è un attore regista divenuto personaggio grazie alla saga di “Birdman” che decide si mettere in scena “What we talk about when we talk about love” di Raymond Carver volendo contemporaneamente abbandonare le vesti dell’ingombrante supereroe hollywoodiano. Broadway contro Hollywood. O meglio: l’ ordinario contro lo straordinario, la “modestia” contro la ricchezza e via dicendo. Il finale sembra scontato. Oltretutto la figlia di Riggan, Sam, oltre che ex tossicodipendente è internet-dipendente e misura il successo – un po’ come tutti noi – dal numero di visitatori su Youtube.

Il film gira attorno a due pianetini. Evitate opportune – se non efficacemente “opportunistiche” – lagnanze sui “tempi moderni”. L’identificazione tra Riggan e l’uccellaccio supereroe appare scontata ed è ben visibile fin dalla prima inquadratura. Riggan e Birdman sono oramai la stessa persona e le difficoltà per portare in scena lo spettacolo di Carver riproducono gli effetti – nascosti – della “corruzione” dei tempi.

Ancora più appassionante il caso della critica cinematografica del New York Times, Tabitha Dickinson, dalla personalità in apparenza intimorente. Personaggio azzeccatissimo, portatrice sana e inconsapevole del virus della corruzione del gusto. Detesta aprioristicamente la celebrità hollywoodiana, ma è pronta a osannare la conclusione della piece teatrale che si chiude col tentativo di suicidio da parte di Riggan. Reale non solo scenico. Capito no? Il sensazionalismo batte se stesso.

Grande successo della messa in scena trasformatasi in spettacolo truculento con finale a sorpresa, sconfitta (inconsapevole) della critica e soddisfazione da parte di Sam, sottoprodotto della società dei consumi. Non resta che la fine-spettacolo a 24 Kt. La trasformazione definitiva di Riggan in uccello e il gradimento di Sam che segue papà con lo sguardo, mentre il genitore si aggrega agli altri volatili. Con la sublime corrotta naturalezza di chi non viene colto da stupore, neanche un po’. L’esibizione acchiappa-pubblico ha vinto: non poteva non essere così. Metalettura: oggi vince anche nei cinema, trionfando sui finali alla Fritz Lang. È la chiusa hollywoodiana di Allen che vogliamo e condanniamo allo stesso tempo. Come nelle società totalitarie è il soggetto debole a chiedere l’ingresso nella nuova comunità. Ovvio: prima di tutto, i dittatori vengono votati dalla gente comune. Ufficialmente – verità artistica – siamo effetti speciali e viviamo e moriamo per la misera soddisfazione di un applauso fragoroso. O in alternativa, di cento “mi piace”.

Dobbiamo solo avere il coraggio di ammetterlo. Arrendiamoci: apriamo la finestra e oplà.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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