Sarebbe difficile sottovalutare il significato che la scomparsa di Giuseppe Giarrizzo ha per tutti coloro che lo hanno seguito e accompagnato fin da quando, divenuto preside della Facoltà di Lettere e Filosofia (così allora si chiamava), ha incarnato il rinnovamento che l’università di Catania conosceva nei tumultuosi anni del ’68. Era la prima volta che un Preside “di sinistra” occupava quel ruolo; e allora la sinistra era ancora quella del vecchio partito socialista, antecedente alla stagione craxiana. La sua non fu una figura la cui autorevolezza e statura intellettuale fossero sin da subito pacificamente riconosciute dalla cittadinanza e dall’opinione pubblica. Era ancora la sua una posizione nella città sostanzialmente minoritaria, esclusa dai mezzi di grande comunicazione, e che esercitava la sua influenza innanzi tutto tra gli studenti e gli allievi che lo circondavano. Sicché oggi, in attesa che i futuri storici e biografi possano restituirci un ritratto a tutto tondo dello studioso, dell’uomo, dell’amministratore, è innanzi tutto nel ricordo di chi lo conobbe che esso ancora vive.

DSCN5961.JPGPer me giovane matricola che entrava all’università nel fatidico anno del 1968, Giarrizzo era già una sorta di figura mitologica, dalla cultura e dalla intelligenza pressoché irraggiungibili. Un mito che però mai si negava, che non si celava o nascondeva dietro i suoi libri, ma invece si dimostrava sempre pronto ad entrare in dialogo con chiunque, intrattenendosi anche per ore nel cortile, nei corridoi o nella sua stanza. E un fiume di parole, di concetti, di osservazione, di notizie e curiosità fluiva in quel suo parlare a volte con la voce chioccia: mai banale, mai noioso. Di ogni sua frase si poteva scrivere un articolo, di ogni sua conferenza o intervento, introdotti da un tipico “sarò breve”, si poteva trarre un libro. E noi giovani, col tempo sempre meno giovani, eravamo e continuavamo ad essere catturati dal suo loquire, dalla sua inarrestabile voglia di narrare, giudicare, analizzare, scavare nei meandri della storia per rivelare fatti sconosciuti o darci nove illuminazione su eventi noti.

Giarrizzo non si sottraeva mai al confronto e alle esigenze della didattica. A volte mi domandavo, chi glielo facesse fare, ad es., a insegnare in certi corsi di aggiornamento, sottraendo tempo prezioso ai suoi studi, senza neanche ricavarne un gran vantaggio economico. Ma in lui v’era la irresistibile esigenza di raccontare, di esporre, in una voglia di affabulazione mai avara, mai restia o gelosa delle proprie competenze. Diversamente da chi ti liquida in un incontro con brevi frasi di circostanza perché troppo impegnato per trattenersi con te, Giarrizzo anche se oberato dai molteplici impegni di preside amava discutere; e chi entrava nella sua stanza sapeva che difficilmente se la sarebbe cavata con un breve e burocratico scambio di idee. Ci si meravigliava che avesse tanto tempo a disposizione nel discutere con chi – anche occasionalmente – lo incontrasse. Perché Giarrizzo era innamorato delle idee, dei concetti, della cultura e ogni occasione era buona per discutere e approfondire.

Anche in età avanzata, dopo il pensionamento, Giarrizzo era sempre ‘u Preside; forse mai è stato chiamato – almeno nella nostra università – “prof. Giarrizzo”; ed era il preside per antonomasia, al confronto del quale chi gli succedette sembrava essere solo una sbiadita e imperfetta imitazione. Ed è stato anche il maestro di un nutrito drappello di storici, che con lui si si sono formati, molti dei quali sono stati purtroppo costretti da varie circostanze a sistemarsi presso altre università. Perché l’acutezza che Giarrizzo dimostrava negli affari di ordine intellettuale, a volte gli mancava nel giudizio sugli uomini; forse su questo si dimostrava fin troppo umano, finendo col preferire chi magari si mostrava in apparenza più devoto o disponibile.

Giarrizzo lascia un vuoto che sarà difficilmente colmabile; un vuoto che rappresenta simbolicamente lo svuotamento che la vita dell’università ha conosciuto negli ultimi anni, evento che lo amareggiava particolarmente. Egli ha rappresentato nel suo significato più puro l’idea del “maestro” – magari anche del “barone” di una volta: la figura di chi con il suo acume e la sua cultura è in grado di fecondare le intelligenze altrui, di creare indirizzi e filoni di ricerca, di guidare i più giovani verso sicuri percorsi di studio, di illuminarli sempre con i suoi consigli e le sue parole, in una università intesa come comunità di studio, luogo per intraprendere nuove avventure intellettuali e dove si ha il gusto e il piacere di lavorare e di studiare. Nell’università come si è trasformata negli ultimi anni – sempre più liceizzata e sommersa da incombenze e controlli burocratici – non ci sarebbe più posto per lui.

Ma chi lo ha conosciuto e praticato avverte con maggior acutezza l’abisso verso il quale sta precipitando oggi l’università. E per questo non può che ricordarlo con rimpianto e nostalgia. Addio Preside.

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