“In guerra per amore”, Pif: «La presentazione a Catania per scuotere la città»

Katya Maugeri

CATANIA – Ci sono capitoli di Storia che narrano tra le righe verità non ancora portate alla luce, episodi, scelte, sfumature che sembrano tutt’oggi opachi e ricchi di interrogativi. Ma quello che abbiamo appreso leggendo quelle pagine è che nel 1943 le truppe statunitensi furono inviate da Roosevelt per liberare l’Italia dalla dittatura del Fascismo, passando per la Sicilia. Ed è proprio al capitolo relativo all’Operazione Husky, alla nascita e all’ascesa della mafia dopo lo sbarco degli americani nella nostra Isola che si ispira il nuovo film di Pierfrancesco Diliberto. In una sala di seicento posti, affollata, gremita di giovani pronti ad ascoltare le sue parole, Pif, ha presentato l’anteprima del suo “In guerra per amore”, dal 27 ottobre al cinema, pellicola dedicata a Ettore Scola, nella sala delle Ciminiere, a Catania, proprio accanto al Museo dello Sbarco.

locandinaIronico, divertente, preparato e anche emozionato, l’artista è riuscito con la sua genuinità e la sua preparazione a parlare – ancora una volta dopo il successo ottenuto tre anni fa da “La mafia uccide solo d’estate” – di un argomento che sembra aver origini storiche molto lontane. Attraverso letture tratte dalle opere di Leonardo Sciascia, brevi filmati del film stesso e l’intervento artistico del bravissimo Maurizio Marchetti nei panni di Don Calò, e di altri protagonisti quali l’attrice messinese Stella Egitto, il regista è riuscito ad accompagnare il pubblico – divertito, commosso e attento – in un iter storico che dovrebbe far riflettere. “L’America, il sogno di tutti noi, il mito americano da sempre rappresentato da John Wayne, dalle serie televisive come Happy Days, Dallas, e la splendida Heather Parisi. Loro che hanno portato in Italia gli M&M’s” afferma sorridendo Pif, tra realismo e poesia, crudeltà e leggerezza si è parlato di quanto sia importante denunciare un evento storico così importante che ha permesso l’insediamento della mafia nell’ambiente politico del nostro Paese. Sullo sfondo del secondo conflitto mondiale però il regista riesce a dipingere con estrema delicatezza una storia d’amore d’altri tempi – appunto -, il protagonista, Arturo, ama Flora (interpretata dalla catanese Miriam Leone) – promessa sposa del figlio di un importante boss di New York – e l’unico modo per impedire questo matrimonio è chiedere la sua mano al padre. In Sicilia. Durante la seconda guerra mondiale. Ad Arturo non importa e decide di arruolarsi nell’esercizio americano per realizzare il suo sogno.
Alla fine della serata, sul palco la preziosa testimonianza di Dario Montana, fratello del commissario Beppe e attivista nell’associazione Libera: “Abbiamo bisogno del cinema e di raccontare le storie, perché solo così si costruisce una memoria collettiva”, afferma commosso, “Occorre scuotere di più Catania”, replica Pif. Ed è questo quello che accade quando esponenti attivi attuano un cambiamento culturale, divulgando i mezzi con i quali ricordare, informarsi e scegliere da che parte stare. E poi, tra una commozione e un sorriso Montana è riuscito là dove nessun catanese era riuscito prima con un palermitano: ha convinto Pif che l’arancinO è maschio.

14606451_1434915856538428_4517800493497699888_nPierfrancesco, dal primo film, “La mafia uccide solo d’estate” a “In guerra per amore” hai riportato indietro la lancetta della Storia legata alla mafia sempre con la solita ironia, solito garbo: è una seconda occasione per rileggere la storia della mafia?

«È chiaro che la mafia non è stata scoperta nel 1943, ma sicuramente possiamo parlare di un “prima e dopo” legato a quella data: lì il gioco si fa serio e la mafia diventa politica.
Raccontiamo qualcosa che nessuno aveva mai raccontato al cinema ed era già abbastanza stimolante ed è come se avessi chiuso un discorso».

Lo sbarco in Sicilia, infatti, è una pagina di storia che non è mai stato trattato in maniera compiuta, perché?

«Perché noi italiani abbiamo rifiutato l’idea che eravamo dalla parte dei fascisti e che dall’Italia partivano i treni verso i campi di concentramento, inoltre per noi Adolf Hitler era più cattivo di Benito Mussolini e non lo abbiamo mai accettato, né fatto un esame di coscienza come continuano a fare i tedeschi».

L’ironia utilizzata per affrontare una tematica così importante come la mafia, le sue origini, il suo sviluppo, può essere il giusto canale per arrivare alle coscienze dei giovani di oggi così distratti e lontani dal voler approfondire quelle pagine di storia?

«Sicuramente sì, in realtà io la racconto così perché è il modo che sento mio, con il sorriso, come promisi ad Ettore Scola: manterrò alto il nome dei “cazzari”».


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