Dopo molti anni di esperienza, di studio e di ricerche sulla criminalità organizzata posso affermare, senza timore di smentite, che non esiste angolo d’Italia immune dalla penetrazione delle mafie. So che il mio giudizio può apparire temerario, ma, purtroppo, è così. Una fiumana di scandali di natura economica, politica e imprenditoriale, negli ultimi venti anni, ha connotazioni mafiose. La criminalità organizzata pervade il nostro sistema istituzionale a ogni livello, soprattutto locale. Il controllo di uno specifico territorio consente alle cosche non solo di favorire il proprio giro d’affari illegali, ma anche e soprattutto di condizionare il giro delle attività economiche legali, come il turismo, il commercio, l’impresa, la sanità, l’edilizia, gli appalti e le sovvenzioni pubbliche. Condizionare, direttamente o indirettamente, un’amministrazione locale è uno strumento importante per stabilire la supremazia su quel territorio che è funzionale a molte altre attività, legali e illegali, che accrescono il giro d’affari delle organizzazioni malavitose. I Comuni, le Provincie e le Regioni, d’altra parte, sono le istituzioni più radicate nel tessuto socio-economico. Sono profondamente convinto, inoltre, che l’intreccio fra mafia e politica sia cresciuto nel tempo di pari passo con l’avanzamento del processo d’emancipazione degli enti locali dallo Stato centrale. La mafia ha compreso in anticipo le evoluzioni della società del terzo millennio e ha fatto il salto di qualità, abbandonando la tradizionale dipendenza rispetto ai pubblici poteri per passare a un ruolo politico attivo e predominante. Nell’ultimo ventennio, la politica non è più stata capace di riorganizzarsi, d’ordinare gli elementi di crisi strutturale, di proporre soluzioni concrete alle sfide poste da un mondo che cambia e questa sua incapacità ha creato un vuoto. Così, lo spazio di potere concesso è stato progressivamente occupato dall’unico organismo produttivo del nostro Paese: la criminalità organizzata. Le mafie in Italia hanno saputo sostituirsi allo Stato nei settori della sicurezza dei cittadini, nel campo dei servizi pubblici locali, nelle politiche del lavoro e persino nella disaffezione politica crescente.  Dopo la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, finita l’epoca delle stragi e delle guerre tra cosche, si pensava di aver ridimensionato i fenomeni mafiosi, invece, la criminalità organizzata ha intensificato i rapporti col mondo politico ed economico legale. Le mafie sono entrate con ruoli di primo piano nella finanza e, a vario titolo, in molti settori produttivi tramite l’imprenditoria privata (gestione dei rifiuti, sanità, commercio). Ciò ha consentito alla criminalità d’espandere il proprio giro d’affari e di riciclare le immense quantità di denaro illecito mediante investimenti legali (turismo, ristorazione, attività produttive, commerciali e pubblici esercizi). Sul piano politico, il controllo del territorio è stato garantito non più dal “terrore”, bensì dalla corruzione, finanziando candidati a tutti i livelli del governo locale, creando e consolidando in tal modo quei rapporti organici con la politica necessari per mantenere la supremazia su un dato territorio (non più mafie al servizio della politica ma politica al servizio delle mafie). La domanda più ovvia, a questo punto, è perché non si è riusciti a contrastare efficacemente le mafie, prima che assumessero il controllo di un’ampia fetta delle nostre istituzioni pubbliche? Probabilmente perché non abbiamo mai voluto farlo: abbiamo preferito la convivenza allo scontro frontale. Se così è, dobbiamo rassegnarci a convivere col contropotere mafioso giacché lo Stato pare non voglia lo scontro frontale e finale. Falcone diceva che la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. Per ora non sembra così, anzi, senza un’adeguata azione di contrasto (preventiva e repressiva), la criminalità organizzata molto presto diventerà l’amministratore unico della nostra Nazione.

Vincenzo Musacchio, giurista e direttore scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise


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