C’è un piccolo grande film che nessun cinefilo (o anche solo appassionato di cinema) può mancare: The descent, del britannico Neil Marshall. Diciamo subito che è uno degli horror più terrorizzanti e claustrofobici visti negli ultimi 10 anni, ambientato com’è nelle grotte sotterranee dei monti Appalachi. Il pretesto narrativo è esile, come spesso accade agli horror, ma funziona quanto basta per dar modo al regista di tirare fuori dalle sue tasche una meraviglia di costruzione filmica, una tensione e una implacabilità ritmica che lasciano senza fiato: un gruppo di amiche, accomunate dalla passione per gli sport estremi, si cala in una grotta della catena montuosa americana e, dopo aver perso la via del ritorno, si imbatte in creature predatrici umanoidi, i crawlers.  Si ingaggerà una battaglia per la sopravvivenza.

Il film può essere gustato come un normale action-horror di pregevole fattura. Ma può aprirsi a livelli testuali molto più interessanti: in realtà, la discesa nelle viscere della montagna è una stupenda metafora della discesa negli abissi della mente, popolata – nei suoi recessi – da fantasmi e da mostri che minacciano la vita psichica di ogni persona. Creature primordiali che anticipano l’umanità svelandone la natura bestiale.

La discesa  per antonomasia ai piani bassi della mente è quella che il padre della psicoanalisi Sigmund Freud compì nel suo seminale L’interpretazione dei sogni, gran parte del quale può essere letto con soddisfazione anche da non addetti ai lavori.

L’opera sui sogni, monumentale, segnò lo spartiacque fra una concezione della nevrosi ancorata alla medicina e una sua visione psicologica e simbolica: l’intima struttura dell’inconscio è, per Freud, conoscibile attraverso la via regia delle produzioni oniriche, il cui linguaggio è – come un cerchio che si chiude – strutturalmente analogo a quello cinematografico!

La discesa in profondità era quella che il grande Bill Evans, sublime cesellatore di armonie, compiva ogni volta che prendeva un tema – di solito uno standard, ma anche sue composizioni – estraendone l’essenza melodica e estendendolo oltre ogni umano limite della sapienza armonica.

Dotato di una tecnica pianistica straordinaria, fra i primi a proporre registrazioni in solitudine, ha dato vita ad alcune delle sessions più famose della storia del jazz: le leggendarie sedute al Village Vanguard, con i ritmi stellari di Scott La Faro e di Paul Motian. Ma la sua arte musicale raggiunge lo zenith nei concerti parigini immortalati nel superbo The Paris Concert, con almeno due gemme melodiche che brillano di una luce malinconica e autunnale: Gary’s Theme e Re: Person I knew. Una musica struggente, circolare, abissale. Un viaggio verso le zone più oscure e fondamentali dell’animo umano, dove vita e morte si intrecciano.

Troppo presto la droga e l’ulcera ce lo portarono via.

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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